A sostegno

Scritto da fra Costanzo Natali e Cristina Donno il .

2012-03-01_shutterstock_84049609Per farsi credere veramente degno di disprezzo e per dare agli altri esempio di una confessione sincera, se per caso commetteva qualche mancanza, non esitava a confessarla pubblicamente e sinceramente mentre predicava a tutto il popolo. Anzi, se gli capitava di pensar male, sia pur minimamente, di qualcuno, o gli sfuggiva qualche parola troppo forte, subito manifestava con tutta umiltà il suo peccato a colui che aveva osato giudicare, chiedendogli perdono (FF 416).

Ai tempi di Francesco, la religiosità era legata ad un estremo rigore e a mortificazioni, che lasciavano poco spazio all’allegria. I monaci, allora, erano uomini austeri, spesso malinconici e tormentati, ben lontani dalla gioiosa spontaneità di Francesco.

Anche lui spesso era rigido e scrupoloso in fatto di mortificazioni corporali: a Rivotorto si accontentava di pane ed acqua sulla nuda terra. Alle Carceri dormiva in una povera celletta di rami d’albero o dentro spelonche. Al Trasimeno passava le veglie più dure. Alla Porziuncola si gettò nudo fra cespugli di spine. Alla Verna ricevette l’ultimo sigillo delle Stimmate. A S. Maria degli Angeli, morente, volle per letto la nuda terra e per guanciale il nudo sasso, perché, disse ai suoi frati, aveva molto peccato nel “frate corpo”.

Ma Francesco viveva tutto nella gioia, che gli derivava dalla scelta di quella povertà, che libera lo spirito dalle necessità e dalle costrizioni della vita quotidiana e diventa libertà mentale. Siamo capaci anche noi di vivere questa libertà mentale? Sappiamo rinunciare non solo a parole, ma anche nei gesti, ai desideri e alle realizzazioni personali? E quando ci accorgiamo di aver esagerato, sappiamo fermarci e comprendere?

Non sono più necessarie le mortificazioni corporali del passato per rimediare ai nostri errori: la sofferenza dell’errore, oggi, passa più attraverso la sofferenza della consapevolezza, che attraverso un gesto di mortificazione. La nostra è una società, in cui prevale la materialità, non l’introspezione interiore ed è più strano, meno consueto, sentire male dentro, che male fuori. Oggi basta una scrollata di spalle, un “tanto lo fanno tutti” e ci sentiamo sgravati dal senso di colpa, dalla sensazione di aver sbagliato. Certo non occorre fustigarsi perché, se non abbiamo veramente compreso e rimediato, ricadremo sicuramente nello stesso errore. Non occorre piangere, affliggersi, ma sorridere del dono di aver capito.

Essere schiavi del proprio egoismo e dei propri bisogni non ci permette di vivere nella libertà dell’essere poveri di noi stessi e non ci permette di aderire al Vangelo, amando senza riserve. Rinunciare a se stessi, anche costringendoci a farlo quando ci accorgiamo di essere venuti meno, ci può donare la Perfetta Letizia, di cui parla Francesco e che consiste nel vincere sulle proprie debolezze e “volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie, obbrobri e disagi…”.

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