Per custodire


2012-02-15_shutterstock_48813778Dopo che l’altissimo Padre celeste, per sua misericordia e grazia, si degnò di illuminare il mio cuore perché, per l’esempio e l’insegnamento del beatissimo padre nostro Francesco, facessi penitenza… (FF 2831)

Così Chiara racconta, nel suo Testamento, l’inizio del suo cammino di sequela: un fare penitenza sull’esempio di Francesco e per l’illuminazione del cuore che il Padre celeste le ha concesso.

Si sente l’eco anche del racconto che Paolo fa della sua chiamata: quel degnarsi del Signore di chiamare qualcuno e il sentirsi piccoli e poveri, inadeguati, eppure intraprendenti e sfacciati quasi, certi che è solo la grazia e la misericordia del Signore a compiere in noi le grandi cose che possiamo raccontare.

Che strano, però, il termine “penitenza”. Noi lo associamo subito a qualcosa di gravoso, noioso, umiliante e da evitare (o finire al più presto). Invece Chiara (e Francesco) lo usano proprio come termine cardine per descrivere il loro andare dietro al Signore!

Ammettiamo pure che i secoli abbiano sfumato il senso della parola, che allora fosse qualcosa di bello e buono e ora invece di brutto e cattivo…

Vi propongo una mia personale interpretazione –voi potrete propormene altre, sono sempre molto interessata a visuali differenti!-. Chiara e Francesco hanno amato profondamente l’umanità di Gesù, il suo non considerare un tesoro prezioso l’essere Dio per amore degli uomini. Per loro la povertà scelta dal Cristo è la condivisione estrema della nostra fragilità umana.

Penitenza non è forse il nome “umano” di questa condivisione? Un non considerare un tesoro geloso il nostro poter usufruire pienamente del mondo, ma scegliere di attendere tutto da Dio semplicemente custodendo ciò che di più prezioso ci ha dato: la vita?

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