Il pane spezzato

Pensare la fede: eucaristia

Fuori è scesa la sera, buia come la notte, umida e fredda – lacrime senza speranza – su questo giorno tetro come la sconfitta. Perso tutto. Fine. Di tutto.

Dentro crepita il fuoco nel braciere. Da ore: la stanza è calda. Il cibo è pronto sulla tavola. Da minuti: il profumo ci assale leggero. 

E’ il nostro ospite che parla per primo: “Sediamoci, tutto è pronto”! Siamo noi due che l’abbiamo invitato, questo strano viandante che ci ha accostato nel cammino, e sembra sia lui a fare gli onori di casa. Arrivati alla locanda: “Resta con noi – gli abbiamo detto – ormai scende la sera e il sole volge al declino”. Come è facile ingannarsi: offrire aiuto, implorando soccorso… Ma le sue parole, sulla strada, fuoco sembravano…

Così il vostro maestro è stato ucciso – quel Gesù di Nàzaret – crocifisso come delinquente tra due malfattori… E voi tristi, scappate, perduti come pecore senza pastore… La Scrittura nulla vi ha insegnato? Non c’è un agnello al cuore della vostra Pasqua? Agnello sgozzato – la vita non si fermi in lui – il cui sangue bagna le porte, salva i figli, apre la via della libertà? Non fu Isaia, il profeta grande, a dire del Servo che soffre ‘come pecora muta di fronte a chi lo tosa’…? Siete così induriti nella comprensione? E Abramo, l’antico padre della fede, che offre Isacco – il figlio prediletto – niente vi annuncia? Che poteva fare Dio per mostrare quanto ha amato il mondo: assicurare all’uomo il ventre pieno – fede da schiavi! – o donare il suo Figlio perché ciascuno si salvi? Voi camminate nella nebbia, voi che lo dite “potente in opere e parole”. Che cos’erano i miracoli del Galileo, le sue parole di giustizia e perdono, se non accenni di quell’amore di cui nulla è più grande se dona la vita per gli amici”?

Noi lo ascoltavamo e il cuore ci ardeva dentro il petto… “Resta con noi, ormai scende la sera e il sole volge al declino”.

Cominciamo a mangiare: il cibo per il nostro corpo è buono e caldo. Calda è la stanza: cibo per le nostre ossa. Come quelle parole, vibranti: cibo per il nostro animo.

L’ospite chiede un pane. Prega e lo spezza. Così, semplicemente, davanti ai nostri occhi che, impietriti, lo riconoscono. Ed è stupore, meraviglia, gioia indescrivibile. Ricordo.

Ricordo del lago, del monte, della strada: “Il Regno di Dio è simile a una rete gettata nel mare… Beati coloro che scelgono di essere poveri, chi costruisce la pace… Chi vuole essere il primo fra voi sia il servo di tutti, come il figlio dell’uomo, venuto per servire…”.

Ricordo di giustizia, di misericordia, di perdono: “Compassione io voglio, non sacrificio… Non abbiate così fretta di mandarli via: date loro voi stessi da mangiare… Hai tanto amato: il tuo peccato è sanato… Neppure io ti condanno, va…”.

Ricordo della cena, l’ultima, dove il simbolo ebbe inizio: pane e vino, catino e grembiule. Dove fu denunciato il tradimento e mostrato il servizio, annunciata la persecuzione e promesso lo Spirito, richiesta la lotta e garantito il Regno: “Ho tanto desiderato celebrare la mia Pasqua con voi… Avete capito quello che ho fatto, io, il maestro?… Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse… Vado a prepararvi un posto…”.

Ricordo del giardino, dell’arresto, della croce: dove il simbolo divenne preghiera di sangue, consegna di sé consapevole e scelta, morte crudele e terribile, amore definitivo e assoluto: “Pregate con me: sono nell’angoscia… Sono io quello che cercate, nell’ora delle tenebre… Dio mio, tu mi hai abbandonato… Padre, perdonali, non sanno…”.

Ricordo di parole incomprensibili che ora risplendono, abbaglianti: “Dopo tre giorni risorgerò…”.

E, come bagliore sull’acqua, l’ospite sparisce alla nostra vista: e con lui, sconforto e disperazione, terrore e fuga, tradimento e vigliaccheria. Uno sguardo reciproco, quattro monete sul tavolo e siamo fuori, nella notte. Non c’è più ombra di paura in questa corsa in compagnia delle stelle: dobbiamo tornare dagli altri: il suo fuoco, ora, è dentro di noi.

Dobbiamo andare e annunciare a tutti che lui è vivo e ci aspetta nella vita. Dentro le pieghe dell’esistenza, perché nessun dolore, fatica, impegno, sacrificio ormai è inutile. Dentro la lotta, il dialogo, la pace. Nel lavoro e nell’amore perché ora tutto ha un significato, un fine, una meta. “Io sono la via, la verità e la vita”…

Dobbiamo andare e annunciare a tutti che lui è vivo, perché ci ha chiesto di testimoniarlo. Parola e gesto, pensiero e azione, vicino e lontano: “Fino agli estremi confini della terra”. Con un solo strumento: “Fate questo in memoria di me”. Anche noi come lui: corpo spezzato e sangue versato, servizio e dono, amore di carità, cioè totale, gratuito e libero: ovunque e in ogni modo. Perché questa è la sua strada: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se vi amerete”. La nostra: “Chi ama conosce Dio”.

Dobbiamo andare e annunciare a tutti che lui è vivo e ci dona la sua vita. E tutto questo creduto come vero, sperato come giusto, amato come buono, ammirato come bello: al di là di ogni limite, del nostro pensiero zoppicante nel capire, del nostro cuore titubante nello sperare, del nostro amore parsimonioso nel donare. Risurrezione: luce infinita, vita eterna, pace tra giusti, città del cielo, Regno di Dio, abbraccio di amici, nozze di innamorati, bacio tra sposi. In definitiva un banchetto, o meglio, una Cena dove il pane sarà l’amore e il vino la gioia di essere con lui. Insieme. Amati e amanti. Per sempre.

E’ notte e noi stiamo correndo: chi la sente, la fatica? E non l’abbiamo neppure mangiato quel pane, rimasto là, nella casa, spezzato.

 

Stampa