Quello sguardo dalla Croce...

Uno sguardo che Francesco porta nel cuore per sempre. 

 

Preghiera davanti al crocifisso

Altissimo, glorioso Dio,

illumina le tenebre de lo core mio.

E damme fede dritta,

speranza certa e caritade perfetta,

senno e cognoscemento, Signore,

che faccia lo tuo santo e verace comandamento. 

Amen.   

  (FF 276, in volgare)

 

O altissimo e glorioso Dio,

illumina le tenebre del cuore mio.

Donami fede retta,

speranza certa e carità perfetta,

saggezza e conoscenza, Signore,

perché io compia la tua santa e reale volontà.

Amen. 

  (FF 276, in Italiano corrente)

 

C’era fuori porta, per la via di Spello, una chiesetta diroccata da tempo. Francesco la conosceva poiché vi si rifugiava qualche volta, quando non ne poteva più. Quel mattino vi era arrivato senza nemmeno accorgersi, tanto era pensieroso.

Chissà che avrebbe detto la gente se avesse potuto scrutare nel suo animo, lui il “re delle feste di Assisi”, il giovane più invidiato della città. Tutto aveva e nulla gli mancava: salute, denari, affetto e amabilità. Nemmeno la sorte era stata avara con lui: intelligenza e sensibilità, acume e fascino… Ma che se ne faceva di tutto questo, se sconfitta e inutilità ormai sembravano non abbandonarlo più? La fallimentare guerra contro Perugia e il terribile anno di prigionia che ne era seguito, erano ormai un lontano ricordo, ma solo grazie al cospicuo riscatto pagato da suo padre, Pietro di Bernardone. Poi c’era stata la febbre per la vita cavalleresca: armature e destrieri, tornei e crociate... finché una febbre molto meno gloriosa lo aveva fiaccato e costretto a letto. Poi la carriera di commerciante di stoffe, seguendo la scia paterna: la parola facile e uno spiccato senso per gli affari sembravano condurlo in tale direzione. Soldi, soldi e ancora soldi, e poi ancora. Fino ad averne le tasche gonfie, le mani piene e colmi gli occhi. Di banchetti, di regali, di vestiti… E il cuore arido…

  E poi… nulla. Se non il vuoto, il non senso, con quella tristezza che tutto avvolge e corrompe, perché parte da dentro e sembra scendere sulle cose con lo sguardo o il respiro stesso. E le preoccupazioni di sua madre, così dolce, così soffocante; e l’impazienza di suo padre, così pratico, così orgoglioso di lui.

La chiesina è vuota. La porta è chiusa, anche se inutilmente sbarra l’accesso all’interno, perché un muro laterale è in parte crollato. Ovunque pietre, polvere, qualche pezzo di legno. Un crocifisso di fattura bizantina troneggia sopra l’altare: stridente fasto in tanta desolazione. Gli occhi del giovane scrutano le ferite del Cristo: seguono i rivoli di sangue che scendono lungo le braccia della sacra immagine, sul suo corpo, sulle persone attorno alla croce. Ricchezza e povertà, piacere e dolore, banchetti e aceto, cavalli e… un gallo, lì, piccolo, sulla destra. Minuscolo, ma con il suo verso fende l’aria e le orecchie… un pugnale. “Basta, basta! Smettila di gridare, smettila”! Di scatto si alza e i suoi occhi si incontrano con gli occhi di Gesù. Lui lo guarda e il Cristo lo guarda. Che strano: un Signore vivo, ieratico e sereno, seppur crocifisso. “Che senso ha la mia vita? Perché le tenebre avvolgono il mio cuore? Perché, Signore, niente più mi dà gioia? Quando riposerò in una fede consapevole, in una speranza sicura e in un amore senza egoismo? Dove abitano saggezza e conoscenza non tortuose? Come potrà la mia vita realizzare ciò che tu vuoi? Che devo fare, mio Signore...?”.

La strada riprende, le domande non sono sopite. Nel cuore quello sguardo...

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