La lebbra del cuore

Un abbraccio: tutto quello che gli era amaro, gli è trasformato in dolcezza dell’anima e del corpo. Francesco riprende il cammino e sorride.

 

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Dio,

concedi a noi miseri di fare, per la forza del

tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi e di

volere sempre ciò che a te piace,

affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e

accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo

seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore

nostro Gesù Cristo, e, con l’aiuto della tua sola

grazia, giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità

perfetta e nella Unità semplice vivi e regni

glorioso, Dio onnipotente per tutti i secoli dei

secoli. Amen. 

(Dalla Lettera a tutto l’Ordine, VII, FF 233)

 

La voce di un ruscello accompagna il passo del suo cavallo. Francesco, seduto, abbandonato sulla sua cavalcatura, ha lasciato da tempo le redini e la bestia vaga per il bosco, lentamente, senza alcuna meta.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui, correre ritto sul suo destriero sognando battaglie, gloria e nemici vinti, gli aveva dato gioia? Non se lo ricorda più. Tutto è così lontano, senza senso, ora che il suo cuore è roso dal tormento, dalla sconfitta, dal dubbio. Dal vuoto, che tutto contagia, che tutto ammorba.

Il ruscello canta tra i sassi del suo rivo, giocando tra le erbe e i fiori della primavera. Tutto è così attraente, che anche il cuore triste di Francesco non riesce a esserne estraneo. Là un verso di uccelli, qui un coniglio selvatico che scappa; e ovunque macchie di sole sulle ombre fresche delle fronde. E poi i colori, i profumi, le sensazioni, i ricordi… Sua madre che lo accudisce, bambino, in un giardino pieno di fiori ad Assisi, cammina e canta, in francese; e lui la segue, quasi a ritmo di danza. Adesso è più grandicello: corre con gli amici tra gli orti dei verdurai, fuori porta, sulla via di Perugia: e ridono e lottano, finché accorre il contadino e urla e li scaccia. E loro via, come un nugolo di passeri, a far disperare qualcun altro. Ricordi felici ma – d’altra parte – a chi non piace, la primavera? E in fondo che può la primavera? Non sfugge irreparabilmente come tutte le cose? Non fa parte anch’essa del niente, dell’illusione, del nulla che è la vita?

Alza gli occhi dal suolo giusto per incrociare lo sguardo di un uomo che gli sta davanti. Un lebbroso! Il canto dell’acqua, i ricordi, il suo cuore tormentato lo hanno reso sordo al suono del campanaccio, che quel miserabile pur scuoteva con forza. Brivido. Terrore. Cercare le redini, perdendo l’equilibrio, girare il cavallo, fuggire dal quel mostro, da quel morto vivente, dal suo fetore – da quello sguardo – è un attimo, un’eternità. Svanita ogni dolcezza, ogni primavera: solo paura, desiderio di fuga; e sferzate alla bestia che corra più forte… lontano: ovunque, ma lontano dall’orrore. 

Ancora trema, quando si ferma. Respira a fatica. Nel cuore ancora sgomento, repulsione, negli occhi quelle piaghe. Quello sguardo. E nella mente la grande domanda: “Dove? Dove l’ho visto?”. Sguardo di fuoco, sguardo d’amore… Un lampo: “L’uomo della croce di San Damiano”! 

Non lo sa neppure lui che sta facendo, ma il cavallo già ripercorre la via della fuga, veloce: un vento. Ecco quell’uomo. Francesco si avvicina, lascia la bestia e continua a piedi, gli è davanti. Si guardano. Si sorridono. Si abbracciano. E tutto quello che gli era amaro, gli è trasformato in dolcezza dell’anima e del corpo.

Risale a cavallo, si volta e ancora sorride. No, ride. Ride senza potersi fermare, come dopo la vittoria più grande, la riuscita più vera. E quel riso è un martello che spezza la coltre del suo cuore, la lebbra del dolore, dell’angoscia, del non senso.

Corre verso Assisi, ora. L’acqua del ruscello, i fiori, i colori… ora tutto canta dentro di lui. Mio Dio. Mio tutto.

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