Parola e Pane

Vangelo ed Eucaristia. A Francesco non serve altro.

…il Signore mi diede e mi dà una così grande fede nei sacerdoti (…), a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.

E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.

E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso.

E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le santissime parole divine, così come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita. 

(Dal Testamento di San Francesco, FF 112-115)

 

Assisi è ormai lontana, ma ancora nitide dentro le orecchie – nella testa, nel cuore – le risa di chi lo ha preso in giro osservandolo uscire nudo dalla città, lui, Francesco, il figlio del mercante di stoffe… Brucia l’orgoglio ferito… ma non come la fiamma che si agita in lui: Dio, un nuovo Padre e lui suo figlio, peccatore, certo, ma tanto amato, tanto rincorso e cercato. E, finalmente, trovato. Dentro il cuore però, un nugolo di pensieri: “Che farò? Dove andrò? Riparare San Damiano, di sicuro. Ma poi?”. 

Indossa lo straccio che un servo del vescovo gli ha donato e vaga per i boschi pregando, riflettendo. Il sole è quasi spento dalle fronde degli alberi, non ha mangiato nulla dalla sera precedente: ha fame, e l’acqua del ruscello che scorre veloce non riempie il suo stomaco… il ruscello: è l’unico che parla in tanto silenzio…

Parola e pane. Non mi serve altro. Solo queste due realtà voglio portare con me. Parola che è pane, nutrimento: Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. E pane che è Parola, quella che si fece carne: Prendete, è il mio corpo offerto per voi.

Questa sarà la mia povertà: sulla povertà del Figlio di Dio, rimasto tra noi come parola consegnata ai discepoli e sotto sembianza di pane; Lui che ha accettato di nascere rifiutato in una grotta, morire abbandonato su una croce e, nella sua esistenza, non aveva dove posare il capo. Se il chicco di frumento non cade nel solco e non muore… Povertà della parola, che nasce e in un attimo si spegne; ma… voce nel deserto, annuncio del Regno, invito alla conversione, offerta di perdono, fonte della salute, parabola nascosta, insegnamento autorevole, nuova legge, accusa infuocata, verità percossa, grido lacerante, dono della pace. Io venni in mezzo a voi in debolezza… ritenni di non sapere altro che Cristo, il crocifisso. Povertà del pane, frutto della terra e del lavoro, condiviso, moltiplicato, spezzato e offerto: Date loro voi stessi da mangiare.

Questa sarà la mia obbedienza: sull’obbedienza del Figlio unigenito, parola eterna di Dio e pane offerto ai fratelli; Lui, consegnato alla morte per noi, per adempiere il disegno del Padre: mostrare agli uomini quanto è grande l’amore per loro. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna. Obbedienza a quella parola: non avere altra regola che il Vangelo, non altro compito che il suo annuncio. Andate in tutto il mondo e annunciate il lieto messaggio a ogni creatura. Obbedienza a quel pane spezzato: servire gli ultimi, spendere la vita con i poveri, farsi cibo per chiunque abbia fame: di giustizia, di significato, di vita. Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore uno per l’altro

Questa sarà la mia castità: sulla castità del Figlio dell’Uomo, parola di unità e pane di comunione; Lui, così ricco d’amore – amore fatto carne – che è via per l’amore di tutti: Amatevi come io vi ho amato. Castità per quella parola: così innamorato del Regno di Dio, da saper abbandonare tutto per esso. Chiunque avrà lasciato ogni cosa per causa mia e del Vangelo, riceverà cento volte tanto e la vita senza fine. Castità per quel pane: essere così libero, da saper donare tutto te stesso: Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici”.

Assisi è lontana. Ma… vicino, c’è Dio. 

E alcuni briganti. Usciti dall’ombra, lo hanno circondato. Quando girava con la borsa piena di denaro ne aveva terrore. In questo momento è sereno. Anche se lo spintonano, lo immobilizzano, lo frugano ovunque. Vestito da povero ma persona fine: mani delicate, corpo pasciuto e ben curato… “Chi sei?” gli chiedono alla fine. “Già – pensa Francesco – chi sono?”.

Non lo sa nemmeno lui chi è… “Sono l’araldo del gran re!” si sente rispondere. Fioccano i colpi, a pugni e calci, sangue e dolore. E insulti. E giù per una scarpata. Ma si rialza e, pur tossendo e sputando sangue, ancora grida: “Sono l’araldo del gran re, fratelli, sono il suo messaggero”. Si toccano la testa i briganti e scompaiono nella notte. Francesco li guada; li guarda e sorride.

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