Nel profondo

La sala del palazzo di messer Giovanni era gelata, in quella fosca alba di Dicembre. I servi non avevano ancora acceso né camino, né bracieri, e non l’avrebbero fatto ancora per un po’, impegnati com’erano ad aiutare il padrone di casa a vestirsi per scendere e accogliere l’inatteso arrivo dei tre frati assisani. Fratello Leone era stanco. Il viaggio era durato poco, nonostante la distanza. Tanto in fretta Francesco aveva voluto raggiungere Greccio. Si era fatto accompagnare da due fratelli, Leone appunto, e Corrado, trafelati e perplessi lungo tutto il tragitto: poche pause, più silenzioso del solito, con una strana luce negli occhi, quella dei grandi eventi, fratello Francesco sembrava avesse desiderato arrivare il prima possibile. Anche la sua preghiera quella mattina, era stata strana: non che proprio corresse nella recita dei salmi, ma certo era andato veloce, pochi stacchi di silenzio, nessuna meditazione o riflessione.

“Te lo dico io – gli aveva detto, con quel suo sorriso simpatico, Corrado – ha in mente qualche cosa. Si è stancato di tutto e di tutti, e ha in mente qualche cosa…”. 

Fratello Leone sapeva a che cosa si riferiva: papa Onorio III da pochi giorni aveva approvato la Regola, che, dopo infiniti rifacimenti, limature, stravolgimenti, aveva ricevuto la bolla pontificia d’approvazione. Quanto ci aveva pianto Francesco su quella manciata di parole, quanto dolore: quanto diversa dalla precedente Regola così lunga e ricca di Parola di Dio. Quanto diversa da quel “vogliamo vivere secondo la forma del Santo Vangelo” dei primi tempi: poche parole, e scarne, ma che avevano soggiogato persino Innocenzo III, papa della Chiesa e terrore dei sovrani di tutta la Cristianità, turbando il suo sonno, generandogli sogni. Quest’ultima invece, quante energie era costata a Francesco, quante preoccupazioni, quanto strazio! Vedendo soprattutto i suoi frati, i suoi figli, che non solo lo estenuavano con continue richieste di colloquio, che altra motivazione non avevano se non quella di tirarlo dalla loro parte, ma che, per di più, Spirituali contro Conventuali – nomi che sapevano di fazione – si sbranavano a vicenda: “Devi ripudiarli, Francesco – essi gli dicevano gli uni degli altri – devi cacciarli”. Già, cacciare dei fratelli… Proprio quello che aveva sempre insegnato! Francesco soffriva, soffriva e piangeva, soprattutto la notte di nascosto, quando si ritirava a pregare nei boschi, tra le rocce. Nel pianto scioglieva tutta l’amarezza di quegli incontri, di quelle pretese, di quelle richieste… Ma non era un pianto benefico, come quello di chi si sfoga e poi vede le cose con maggior lucidità. No. Era un pianto tristo il suo, che si nutriva della sensazione del fallimento e si tormentava per la certezza dell’incapacità di trovare una soluzione; così il suo cuore, lacerato da mille pensieri, usciva da quelle veglie ancora più stanco, ancora più prostrato. E quando Leone, fedele segretario, lo avvisava di una nuova richiesta d’udienza, leggeva negli occhi dell’amatissimo padre, un dolore feroce che gli mordeva le carni, nel profondo.

“Leone!” gli sussurra Corrado “Francesco ti vuole”. Si affretta la pecora di Dio, alza gli occhi e arrossisce, sentendosi già in colpa per aver indugiato troppo nei suoi pensieri. Si pone al fianco di Francesco, proprio mentre messer Giovanni sta entrando. Saluti, convenevoli e un po’ di latte caldo e mostaccioli, per tutti. Poi fratello Francesco parla.

“Voglio celebrare a Greccio, l’imminente festa del Signore. Vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme e in qualche modo mostrare visibilmente i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie per un neonato: come fu adagiato in una mangiatoia, scaldato dal fiato di un bue e un somarello”. Leone si fa piccolo – “Ecco il motivo!” – Corrado sorride: messer Giovanni, buono e fedele, si mette subito al lavoro. Il posto designato era noto a Francesco: nel bosco fuori paese, tra alberi fitti e secolari, c’è la grotta in cui il Poverello si era ritirato una volta a pregare. Lì Francesco mostrerà al mondo l’amore Dio, che pronuncia la sua Parola più vera, suo Figlio che si fa uomo, debole carne, per annunciare a tutti gli uomini il suo disegno eterno: renderci tutti figli suoi, figli di Dio. Noi: debole carne condannati a sparire, chiamati ad essere eterni. Il Figlio che annuncia – con la sua nascita, con la sua croce – che anche noi siamo figli della risurrezione.

E giunge il giorno tanto atteso. Per l’occasione Corrado e Leone hanno convocato frati da varie parti: con loro arriva a Greccio tanta gente. Fiaccole, lampade e torce illuminano quella notte, che rischiarò con il suo astro tutti i giorni e tutti i tempi. Per ultimo arriva Francesco, sorridente e commosso. Nella grotta tutto è pronto: un asinello e un bue, una greppia con il fieno e un piccolo bambino di cera che giace nella mangiatoia. In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è diventata una nuova Betlemme.

Nella notte chiara come il giorno riecheggiano le lodi al Creatore, si canta l’amore del Dio Bambino: la gente accorre e assapora una gioia inesprimibile. Francesco è li, davanti alla mangiatoia: estatico, commosso, pervaso da una felicità mai provata prima. Leone al suo fianco lo osserva. Dov’è il dolore patito, il senso di sconfitta, lo strazio del temuto fallimento? Sembrano scomparsi: nel corpo, sul volto di Francesco solo gioia: per la salvezza mostrata e celebrata, per i suoi fratelli lì raccolti, per la gente lì accorsa. Per quel bambino donato, accolto, proclamato. “Un bambino è nato per noi, ci è stato donato un Figlio”. Per sempre. Mai più soli, mai più sconfitti, mai più disperati.  

In questa atmosfera si celebra la messa e Francesco vestito da Diacono, canta con voce forte e dolce il Vangelo: “… lo avvolse in fasce e lo depose…non c’era posto per loro nell’albergo… Non temete: oggi è nato per voi un Salvatore… andarono e lo trovarono e felici se ne tornarono…”. Poi il Poverello d’Assisi parla al popolo e con parole straordinarie rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme.

Leone non smette di guardare Francesco, la sua pace, la sua felicità. E così la gente, gli occhi dei bambini, dei poveri… Poi guarda Corrado e lo vede piangere di gioia: gli confiderà poi il giovane fraticello di aver avuto come una visione. Guardava la mangiatoia ma era triste perché vedeva dentro un bambino privo di vita: scena di estrema tristezza, appunto, in quella cornice di felicità. Ma ad un tratto Francesco si avvicinava, lo prendeva in braccio e risvegliava il neonato da quel terribile sonno mortale. Né questa visione discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo servo Francesco, il fanciullo Gesù fu risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato e fu impresso profondamente nella loro memoria

Certo nella vita – pensa Leone, pecorella di Dio – ci saranno ancora giorni di grande fatica per il suo fratello Francesco, per lui, per Corrado, per tutti gli uomini… Giorni di lavoro, d’incomprensioni,  di scontri, di peccato, di dolore… Ma la luce ha brillato tra le tenebre: mai più tristi nel profondo. Mai più.

(rivisitando Tommaso da Celano – FF 466-471)

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