Fatiche che si sostengono in pace…

Francesco morì il 3 Ottobre 1226, a soli quarantaquattro anni: la vita di penitenza e le privazioni cui aveva sottoposto il suo corpo avevano minato la sua salute, comportandogli numerose e dolorose malattie, tra cui una grave forma di cecità, pur curata dai medici del tempo con metodi crudeli (la cauterizzazione tramite ferri arroventati), ma senza esito alcuno. L’esperienza delle Stigmate, ricevute al monte della Verna, in provincia di Arezzo, circa due anni prima, aveva consolato il suo cuore tormentato, ma lo avevano ulteriormente prostrato nel fisico. San Bonaventura scrive che verso la fine della sua vita “l’uomo di Dio incominciò a essere tormentato da molteplici malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo corpo qualche parte senza strazio e pena. A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva soltanto la pelle attaccata alle ossa” (Fonti Francescane 1238).

Eppure per nascita, Francesco, era stato un privilegiato. Figlio di un intraprendente mercante, aveva avuto in sorte – da fanciullo e da giovane – la fortuna di vivere nella ricchezza, con tutte le conseguenze che tale condizione comportava: cibo, calore, vesti, abitazioni riparate avevano accompagnato normalmente la sua crescita, nel senso che erano state la norma, la regola, in un periodo storico – la fine del 1100 – in cui la normalità della vita era certamente diversa per la maggior parte delle persone. Gli antichi biografi sono concordi su questo: il figlio primogenito di Pietro di Bernardone e di Madonna Pica – i genitori di San Francesco – non ebbe mai a lottare contro la fame, il freddo, la penuria di denaro. Per questo, la malattia non lo accompagna nella sua giovinezza, gli è anzi estranea, addirittura avversa e fastidiosa, se è vero – come Francesco stesso racconta – che gli è insopportabile vedere i lebbrosi.

Nel suo Testamento, Francesco riassume con pochissime parole la sua vita, quella precedente alla sua scelta di vivere secondo la forma del santo Vangelo. E lo fa proprio esprimendo il suo contraddittorio rapporto con la malattia. “Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF110). L’incontro con il lebbroso segnò la sua conversione. Fu la discriminante tra una vita vissuta nel peccato e quella di conversione, di crescita nell’amore, fino a un radicale cambiamento di prospettiva: quello che prima desiderava, ricercava e per cui lottava con tutte le sue aspirazioni è considerato polvere sporca. Quello che aveva sempre rifuggito come terribile, diventa dolcezza dell’anima e perfino del corpo.

Con il cammino di crescita che il Signore gli fece percorrere, salute e malattia divengono due modi di essere che, pur non dipendendo dal singolo, sono interpretati come situazioni nelle quali deve risplendere la maturità che viene dal Vangelo.

Nella Regola non bollata – cioè non approvata con sigillo papale – del 1221, al capitolo X, Francesco parla dei frati infermi, cioè ammalati; rivolgendosi prima ai frati in buona salute dice così: “Se un frate cadrà ammalato, ovunque si trovi, gli altri frati non lo lascino senza avere prima incaricato un frate, o più se sarà necessario, che lo servano come vorrebbero essere serviti essi stessi; però in caso di estrema necessità, lo possono affidare a qualche persona che debba assisterlo nella sua infermità” (FF34). Riecheggia in queste indicazioni il comandamento dell’amore del prossimo, quel “ama il prossimo tuo come te stesso” che Gesù stesso eguaglia come comandamento a quello di amare Dio. Indicazione importantissima, se di tutto il capitolo decimo, sarà l’unica che rimane nella Regola definitiva, quella del 1223, nel capitolo VI (FF 92): la carità sempre e in ogni caso, prima di tutto, deve essere l’anima di ogni relazione tra i frati minori perché “se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?” (FF 91).

Ma anche per i malati ci sono indicazioni precise nella Regola non bollata: “E prego il frate infermo di rendere grazie di tutto al Creatore; e che quale lo vuole il Signore, tale desideri di essere, sano o malato, poiché tutti coloro che Dio ha preordinato alla vita eterna, li educa con i richiami stimolanti dei flagelli e delle infermità e con lo spirito di compunzione, così come dice il Signore: «lo quelli che amo, li correggo e li castigo». Se invece si turberà e si adirerà contro Dio e contro i frati, ovvero chiederà con insistenza medicine, desiderando troppo di liberare la carne che presto dovrà morire, e che è nemica dell'anima, questo gli viene dal maligno ed egli è uomo carnale, e non sembra essere un frate, poiché ama più il corpo che l'anima” (FF 35). Pur ammettendo che ci siano pensieri riconducibili alla mentalità del tempo e che oggi a noi suonano stonati – un certo dualismo tra carne e spirito, una certa visione da Antico Testamento del Dio che castiga per correggere – restano valide alcune indicazioni di fondo: in Dio anche la malattia può essere accolta, certo come momento di prova, ma anche come momento di crescita, perché è un momento di vita, di esistenza, e non c’è nulla dentro la vita che non debba essere del Signore. E soprattutto, Francesco non diventa né moralista né retorico quando espone certe idee: non sono le sue parole luoghi comuni sterili e anche un po’ offensivi, perché lui ha sperimentato in prima persona giorni e giorni di dolore, di infermità, di cecità, di tristezza oscura che scaturiva dal soffrire e dalla malattia. Eppure non è stato travolto dalla disperazione, arrivando a vivere da credente anche la sua condizione di malato.

Forse proprio perché realtà divenuta costante nella sua vita, il tema della malattia soccorsa e sopportata è caro a Francesco. Anche scrivendo alle sorelle Clarisse, il sonetto “Audite, Poverelle” (FF 263/1), nel quale ricorda brevemente alle sorelle le cose più importanti, in lingua volgare egli scrive

 

Quelle ke sunt aggravate de infirmitate/

et l'altre ke per loro suò affatigate,/

tutte quante lo sostengate en pace//

 

ka multo venderite cara questa fatiga,/

ka ciascuna serà regina/ 

en celo coronata cum la Vergene Maria.// 

 

C’è la fatica di sopportare il dolore della malattia e quella di sorreggere chi a causa della malattia deve essere servito. Entrambe devono essere sopportate restando nella pace. Come non intravedere anche dentro queste parole, la lotta che Francesco stesso ha dovuto sostenere? Da sano nei momenti in cui la paura della malattia, del contagio dovevano essere vinti quando serviva i lebbrosi, oppure, da malato, quando il suo stesso dolore sembrava sopraffarlo.

E’ chiaro che per accettare così la malattia bisogna essere cresciuti nella maturità, nella fede. Si deve aver abbandonato l’uomo carnale – egoista – che vive dentro ciascuno di noi e che vorrebbe sempre stare bene e in salute, rimanere giovane, prestante, che si allarma per ogni piccolo malessere, che si agita e deprime quando percepisce che la vecchiaia avanza o di essere malato, che esige la guarigione da medici e medicine, quasi pretendesse di non invecchiare mai, di non morire mai. Questo uomo carnale non può sopportare di vedere i lebbrosi (o i disabili, o gli anziani o i malati di mente), figuriamoci di servirli: troppo chiaramente gli sbattono in faccia la durezza della vita, troppo duramente gli richiamano la sua realtà caduca.

Chi invece, come Francesco, il suo cammino di fede lo ha compiuto, ha compreso che la malattia altro non è che una realtà dell’esistenza e che – come tale – è un’altra occasione per rendere presente l’unica realtà che ci permette di arrivare alla vita vera: l’amore. Se sei sano, ama! E amerai la vita servendo chi è malato. Se sei malato, ama! E amerai la vita, anche sopportando la malattia. E in questo scambio, l’amore ancora una volta unisce, chi è sano e chi è malato, in un abbraccio che è servizio e fortezza, disponibilità e gratitudine, senso della vita e senso del dolore.

Stampa