Del guardare di Francesco

Francesco ha mostrato che il Cristo può essere vivo tra le mie mani, può rendere viva la mia vita

Sei mai stato ad Assisi, in primavera? Se sì, non farai fatica a capire. 

Sia che tu abbia salito l’erta delle Carceri, sia che abbia ammirato la piana dalla Rocca, l’avrai provata. Che tu abbia contemplato il rosone di San Rufino, che abbia accarezzato le colonne di Santa Maria della Minerva, l’avrai percepita.

O avvertita tra gli ulivi a San Damiano o – mentre la luce del sole si spegneva sulla pietra rosa delle case – notata ancora orgogliosa aggirarsi per le strade della città. 

La gioia del guardare.

Sorriso nel cuore, respiro trattenuto. Pienezza dell’animo, sete degli occhi: mai sazi… mai… mai.

Ad Assisi, presso tanto splendore, in Assisi la splendida, Francesco ha imparato a guardare.

La luce, innanzi tutto. I volti, come ogni bambino. E gli amici, i campi, le montagne… come tutti i ragazzi. E poi le belle donne, i bei vestiti, le belle feste. E ancora la gloria delle armature, il vigore di un cavallo, il potere e la ricchezza.

Finché il suo guardare si confonde, si incupisce e inizia a provare ripulsa, noia, ribrezzo là dove prima trovava desiderio, passione, ebbrezza. Cammino lungo, penosa ricerca, affannato vagare tra le cose che un tempo avevano riempito la sua vita e ora sembrano spingerlo nel vuoto.

“L’occhio è come la lucerna del corpo. Se il tuo occhio è luminoso, tutto in te è luce. Ma se la tua luce è tenebra… quanto grande sarà la tua tenebra”.

Un nuovo sguardo occorre.

Mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi”. E che c’è da vedere? Un morto che cammina? Carne che si decompone, bende che coprono un volto sfigurato, un corpo mutilato: mani senza dita, braccia senza mani, teste senza orecchi, senza labbra, senza naso. Maschera dell’orrore. Pericolo ambulante. Non mi toccare, stai lontano, via schifoso! La tua presenza mi percuote, la tua sola vista mi ripugna, mi disgusta, mi… “Mi sembrava troppo amaro vedere i lebbrosi”. Dai fuggiamo, cambio strada, sentiero, paese! Cento miglia se occorre. Ma…

Lo stesso Altissimo mi condusse in mezzo ad essi…”. In mezzo. Così che lo sguardo non fugga, non possa fuggire, ma incontri sempre un altro sguardo, gli occhi di un uomo. Dell’uomo, dell’amico, del fratello. 

Che credi? Non sei stato il primo. Anche quelli non l’avevano riconosciuto, anche se ardeva loro il cuore nel petto, quando lui, parlando, spiegava le scritture. Ma allo spezzare il pane – corpo inchiodato, sangue versato – si aprirono i loro occhi. 

E quello che mi sembrava amaro, mi fu mutato in dolcezza”: un altro sguardo, un altro modo di guardare le cose. Ma Signore, quando ti abbiamo visto affamato, nudo, malato… Ogni volta che al più piccolo… l’avete fatto a me. Nuovo sguardo, nuovo cuore. E anch’io risorto.

Nessuno mi mostrava che cosa fare”. Sono arrivati i suoi vecchi amici: Vogliamo stare con te, Francesco! Vivere con te, come te… se ci accogli. Sorpresa, gioiosa sorpresa, felicità esaltante di vedere richiesta la condivisione del proprio sogno. Ma come fare? Che fare? “Nessuno mi mostrava che cosa fare…”. Dai, lasciamo perdere, siamo troppo pochi, troppo incapaci, troppo giovani! Ma…

Lo stesso Altissimo mi rivelò…”, mi fece vedere. Un Dio che indica: parole antiche, ascoltate mille volte, parole appunto, fragili, leggere. Sentite e dimenticate, lette e dimenticate, viste e dimenticate… dimenticate. Ora parlano, urlano nel cuore, mostrano la strada, illuminano il futuro, azzerano i dubbi, certificano il domani. 

Che credete? Non siete stati i primi. Anche quelli avevano pensato a un altro ricevere: lungo il cammino avevano discusso su chi fosse il più grande. Ma Lui, preso un piccolo garzone, lo pose in centro – lo vedessero bene – e l’abbracciò: chi vuol essere il primo, sia grande nel servire, come il Figlio dell’uomo.

Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo”: un altro sguardo, un altro modo di stare tra le cose. Andate in tutto il mondo e annunziate il Vangelo. Non prendete nulla con voi: non bisaccia, non bastone, non due tuniche. Incontrando qualcuno, donategli la pace. Nuovo sguardo, nuovo coraggio. E anch’io inviato.

Adagiato nella mangiatoia, un bambino Gesù di cera, pallido, come morto”. La notte è chiara: bagliori attraversano il bosco di Greccio, nuova Betlemme. Tutto è preparato: stalla, asino, bue e, dentro la greppia, un bambinello, finto, ma pare vero; di cera, addormentato, sembra morto. Francesco, i frati e la gente, nuovi pastori, vanno ad adorare il Dio bambino. “Adagiato nella mangiatoia, un bambino Gesù di cera, pallido, come morto”. Ucciso dal vivere banale, dalla fede magica e bigotta, dalla superficialità spendacciona, dal celebrare riti vuoti, perché è tradizione, perché ‘almeno a Natale’, perché ci si sente più buoni. Culti senza cuore, feste lontane dall’esistenza, versione religiosa o famigliare dell’estasi amara dell’alcolista: per un po’ si dimentica, per un poco possiamo fingere di non essere morti. Ma…

Un uomo ebbe una visione: il bambino di cera vivo…”. Cercate il Signore – amante della vita –  mentre si fa trovare. Che devo fare, Signore buono, per avere una vita vera? Lascia che i morti seppelliscano i loro morti: tu va’ e annuncia il Regno. Io sono la via, la verità e la vita.

Che credo? Non sono stato il primo. Pescavano sul lago, riscuotevano le tasse in città, insegnavano come rabbini, uccidevano nelle guerre, cercavano l’onore nei titoli, la ricchezza nel mercato… Allontanati da me, Signore, sono un povero peccatore. Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini. 

Un uomo ebbe una visione: il bambino di cera vivo tra le mani del Santo. Un altro sguardo, un altro modo di manifestare le cose. Testimone autentico, Francesco ha mostrato – scelte, coraggio, conversione – che il Cristo può essere vivo tra le mie mani, che può rendere viva la mia vita: crescita nel comprendere, nel trovare significato, nella capacità d’amare; cammino di perdono, del ridare speranza, della scoperta della bellezza, che – unica – salverà il mondo. Nuovo sguardo, nuova nascita. E anch’io rinato.

Sei mai stato ad Assisi, in primavera? Va’, in ogni caso. Vai e guarda. Chiedi lo sguardo di Francesco.

Stampa