Del parlare di Francesco

Noi ora taceremo di lui: la fama della sua santità è voce e parola più loquace di qualunque povero scritto.

Al Servo dei Servi di Dio, al Signor Papa Innocenzo III auguriamo benedizione da Dio e salute.

Noi, Asgario da Arezzo, Abate nell’Abbazia Benedettina Nostra Signora alla Croce, in Perugia, correndo l’anno del Signore 1216, nel mese di Luglio, il X giorno del mese, diamo inizio a questo resoconto con filiale obbedienza e ossequio riverente.

 

Santità,

come la Santità vostra aveva richiesto, così abbiamo obbedito, indagando fatti, raccogliendo notizie e svolgendo accertamenti su frate Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, della città di Assisi. La bontà della Santità vostra, correndo l’anno del Signore 1210, aveva concesso al suddetto Francesco e ai suoi seguaci di vivere “secondo la forma del Santo Evangelo” e di predicare – con il permesso del Vescovo della Diocesi in cui si fossero trovati – la Parola del Santissimo Signore nostro Gesù Cristo. Attraverso ricerche accurate e testimoni certi, siamo entrati in possesso di informazioni numerose che sottoponiamo ora al vaglio della Santità vostra, in occasione del vostro transitare per la nostra città di Perugia, nel viaggio che avete intrapreso verso il Nord per una preziosa opera di pacificazione tra le litigiose Genova e Pisa.

Santità, i più grandi timori, che esprimevate nella missiva attraverso la quale ci affidavate l’indagine di cui sopra, erano quelli di eresia e di scisma.

Circa il primo – l’eresia nefanda che allontana dalla vera Dottrina cattolica – nulla abbiamo saputo riscontrare di pericoloso e neppure di sospetto. La parola di quest’uomo è semplice e popolare, ma diretta ed efficace. Evidenzia una conoscenza così profonda della Parola di Dio, da lasciare stupiti anche i biblisti più affermati: nutre le frasi del suo parlare con abbondanti citazioni del Nuovo e dell’Antico Testamento, anche se traspare una preferenza particolare per i Vangeli. Rifugge dai tortuosi ragionamenti, né si attarda in cavilli fumosi ed evidentemente studiati. Predica la penitenza, il perdono, l’amore per Dio e per il prossimo, con parola breve e chiara. E ancora esorta tutti a considerare il castigo eterno e l’eterno premio, e la necessità della preghiera e della conversione. Dio è sempre al centro dei suoi discorsi, Dio considerato nella Trinità e come Unità. Circa il santissimo Figlio di Dio, ha venerazione particolare per la sua Incarnazione e la sua Passione. Onora la santa Madre di Cristo e i santi e gli angeli, in particolar modo l’Arcangelo san Michele, potente difensore contro il male. Nessuna eresia nel suo parlare e grande attenzione ai Misteri fondamentali della nostra fede. Si dice inoltre, chieda e imponga con frequenza ai suoi frati – così si sono fatti chiamare lui e i suoi seguaci: “frati minori” – di essere soprattutto “cattolici”. 

Tutti lo ascoltano, tutti lo cercano per ascoltarlo. Avendo indagato i motivi di tanto successo siamo venuti a conoscere che “quando predica, è evidente che crede in quel che dice”, che “radica le sue parole nella vita concreta”, che “parla come uno che ha autorità, non come tanti – ahimé! – monaci e tanti preti”. La sua parola, i suoi discorsi, il suo pregare sono un forte stimolo per il popolo che lo ripaga con venerazione e ascolto. Su di lui girano già voci – probabilmente leggende – ma che dicono molto della sua popolarità: a Gubbio avrebbe ammansito un lupo con la dolcezza dei suoi rimproveri, presso Venezia avrebbe spiegato il Vangelo a uno stormo di allodole, che a fine predica in volo si sarebbero alzate, formando un segno di croce. Qualcuno va dicendo che saprebbe convertire anche il Sultano d’Egitto, se vostra Santità avesse l’ardire di inviarlo a una crociata… Entusiasmo, leggende, ribadiamo, ma tale è la sua fama, tale la sua entratura nel cuore, nella fede della gente… E i risultati leggenda non sono: conversioni, amore fraterno, carità vissuta.

Un amore grande per la Parola di Dio, dicevamo: nel suo parlare, nel suo pregare. Avendo saputo per certo che compone preghiere, ho fatto in modo di procurarmene. Sono orazioni piene di lode a Dio, di suppliche d’aiuto, intrise di versetti dei salmi. Poche volte, Santità, ho scrutato orazioni così sentite, così vere. Mi permetto di riportarvene una per intero. Potremmo titolarla “Le lodi di Dio”…

Tu sei santo, Signore, il solo Dio che compi cose meravigliose. Tu sei forte. Tu sei grande.

Tu sei altissimo. Tu sei onnipotente.

Tu sei Padre santo, re del cielo e della terra. Tu sei trino e uno, Signore Dio degli dei.

Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, Signore Dio vivo e vero. Tu sei carità, amore.

Tu sei sapienza. Tu sei umiltà. Tu sei pazienza. Tu sei sicurezza. Tu sei quiete. Tu sei gioia e  felicità. Tu sei giustizia e temperanza. Tu sei tutto, ricchezza nostra a noi sufficiente.

Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine. Tu sei colui che ci protegge. Tu sei custode e difensore.

Tu sei fortezza. Tu sei rifugio. Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede. Tu sei carità.

Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna. Grande e ammirabile Signore,

Dio onnipotente misericordioso salvatore.

No, Santità, nessuna eresia, nessuna. Solo fede retta, speranza certa, carità perfetta.

E neppure circa il vostro secondo timore, Santità – lo scisma che infiltra divisione nell’unità del santo corpo di Cristo che è la Chiesa – abbiamo raccolto la minima prova. Certo quest’uomo – Francesco – e i suoi compagni – i frati Minori – predicano e vivono la povertà: a livello personale ognuno di loro si contenta di una veste di sacco a forma di croce, di una corda per cintura, di braghe di ruvida tela. Niente di più. Non bisaccia, non bastone, non denari. Ma neppure come comunità possiedono alcunché: né campi, né case, né Chiese. L’Abate Aloisio da Vicenza, dell’abbazia del monte Subasio, dietro Assisi, mi ha riferito che avrebbe voluto regalare ai frati Minori un rudere di chiesetta nella piana di detta città, rudere in terreno tanto piccolo che viene popolarmente chiamato “Porziuncola”. “Ne accettiamo l’uso – ha affermato Francesco – ma ogni anno ribadiremo che è vostra proprietà, pagandovi come simbolico affitto con un canestro di pesci”. Per ordine espresso di Francesco non trafficano per nulla: non comprano, non vendono, non si preoccupano né di soldi, né di averi. Predicano anche – dicevamo – la povertà ma senza alcuna acrimonia né contro i ricchi né contro abbazie e monasteri né contro vescovi o prelati. Non criticano nessuno, non rinfacciano nulla a nessuno. Niente a che vedere con quei gruppi – che tanti pensieri hanno procurato a vostra Santità – che in nome della povertà criticano, offendono e sostengono la non validità dei Sacramenti celebrati da preti e vescovi che non sono poveri come loro, autentici come loro, degni come loro, e quindi indegni. Quando parla della povertà, Francesco non critica, no! Fa innamorare. Di se stesso, dice di aver incontrato la donna più bella del mondo, Madonna Povertà, e di non volerla lasciare per nulla al mondo perché essa fu amata anche dal Cristo – Nostro Signore beatissimo – dalla sua nascita nella greppia di Betlemme, alla sua morte, nudo sulla croce. 

No, nessuno scisma, nessuna divisione. Anzi. Dove giunge la parola di Francesco le liti si sedano, la pace rifiorisce, le lotte tra fazioni sono sanate: gli odi fuggono dalle città come nugoli di demoni. Così è avvenuto ad Arezzo, mia città d’origine, e in molti altri luoghi. Inoltre…

Santità, abbiamo interrotto il nostro scrivere giungendo ieri, XVI giorno di Luglio dell’anno del Signore 1216, qui all’Abbazia, la triste notizia della vostra morte, proprio qui nella nostra bella città di Perugia… Il nostro dolore è grande, e con noi, tutta la Cristianità piange la vostra improvvisa e prematura scomparsa, chiedendosi quando Dio vorrà donare alla sua Chiesa un papa grande come voi…

Questo resoconto è ora inutile e lo affideremo alle fiamme. Voi, Santità, ora guardate con lo sguardo di Dio e certamente meglio di noi, vedete nel cuore e sulle labbra di Francesco. Noi ora taceremo di lui: la fama della sua santità è voce e parola più loquace di qualunque povero scritto…

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