Anàtema

Scritto da fra Roberto Pasolini il .

Venerdì - XXX settimana del Tempo Ordinario
Letture: Rm 9,1-5 / Sal 147 / Lc 14,1-6

30Ve1 Paolo - l'apostolo - conosce bene il significato delle parole e le dosa con sapienza; è un eccellente scrittore. Paolo conosce fino in fondo la potenza e la bellezza del vangelo; ne è intrepido testimone, appassionato divulgatore. Sono perciò un fascio di luce puntato dritto negli occhi le sue parole, con cui oggi siamo chiamati a confrontarci: «Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (Rm 9,2-3).

La parola greca anàtema rende il termine ebraico herem, con cui si designavano nei tempi antichi le cose messe da parte, sia per la divinità, sia per la maledizione. Herem è tanto la città votata allo sterminio, quanto la primizia da offrire a Dio come sacrificio. Herem significa messo al bando, escluso dalla vita, posto a termine. Paolo auspica per sé questo triste destino, questa definitiva uscita di scena. Perché nel suo cuore c'è «un grande dolore e una sofferenza continua» (9,2) nei confronti di quegli «Israeliti» (9,4) che, pur avendo i migliori requisiti, restano fuori dalla gioia del vangelo. Paolo è disposto a perdere quanto ha di più caro - tutta la sua vita - purché i suoi «fratelli» (9,3) possano incontrare il «vantaggio» del vangelo, la grazia di Cristo in cui si compie tutto il Primo Testamento: «le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» (9,4). L'amore di Cristo ha riempito a tal punto il cuore di Paolo da renderlo disponibile ad offrire tutto se stesso in favore degli altri. Qui risiede il segreto della sua conversione e dell'esperienza cristiana. Essere discepoli di Cristo significa permettere allo Spirito di condurci fuori da ogni «legislazione» per fare della nostra vita un dono e una dedizione agli altri.

È proprio questa la provocazione che Gesù lancia ai suoi fratelli «dottori della Legge e farisei» (Lc 14,3), in un giorno di sabato, mentre «un uomo malato di idropisìa» se ne stava «davanti a lui» (14,2), chiedendo loro: «È lecito o no guarire di sabato?» (14,3). La Legge - ogni legge - non può che condurci qui, al confine tra ciò che è possibile e ciò che non lo è. Ma la Legge - ogni legge - non può bastare all'economia della vita, che non può fondarsi solo su ciò che è lecito. La vita ha bisogno del gratuito, di cose che si fanno non perché si può o si deve, ma perché si vuole ed è buono e giusto farle. Come una guarigione, un gesto di attenzione a chi soffre: «Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò» (14,4). Il Maestro lo compie non senza aiutare a riflettere: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno si sabato?» (14,5). Gesù denuncia così quella atrofia del cuore che ci impedisce stupidamente di donarci e di amare, a causa degli imperativi che il nostro cuore ha accolto come leggi. Leggi inviolabili, insensibili al bisogno dell'altro. Davanti a «queste parole» gli ascoltatori «non potevano rispondere nulla» (14,6). Non c'era infatti nulla da dire, ma tutto da fare. «Subito» (14,5), magari.

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