Francesco ad Assisi

Scritto da fra Luca Mantovani il .

shutterstock 157605893Fin dall’abbrivio, chiedo il permesso di scrivere che non sono tra quelli che gridano di giubilo e stupore ad ogni sillaba pronunciata dal nostro amabile Papa o, se volete, Vescovo di Roma, come già il beato-quasi santo Giovanni Paolo II chiamò se stesso dal balcone di san Pietro nella notte del 16 ottobre 1978.

Ciò premesso, mi pare che le parole di Francesco in Assisi vadano attentamente considerate. Fra queste, non può passare sotto silenzio la spogliazione cui tutti i cristiani sono chiamati; tutti, e non solo quelli ricoperti di tuniche, cingoli e veli. Proprio tutti. Soprattutto coloro che vorrebbero – sono parole sue – trasformare la fede in Gesù Cristo in una pasticceria, dove le torte e i bignè dello “spirito mondano” sostituiscono l’amore fino alla fine della Croce, dove la vanità, la prepotenza e l’orgoglio chiudono in soffitta l’amarezza tutta divina di Madonna pazienza, Madre umiltà e Signora povertà con letizia.

No, a un Vescovo di Roma come Francesco, il dolce non piace proprio. Nemmeno quando, parlando in omelia della pace francescana, ha sillabato con forza («Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano…») che detta pace non è un sentimento “sdolcinato”, ma è la pace di chi prende su di sé il giogo dell’amore reciproco, senza arroganza, senza presunzione, senza superbia.

Forse è venuto il tempo in cui magnificare le parole di Francesco e non esserne profondamente trasformati è la tentazione più sottile da cui cominciare a difendersi. O sbaglio?

 

foto: Philip Chidell / Shutterstock.com

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