Ahi, ahi, che male!

Esiste “il” bene

Al di là di ogni relativismo e di ogni esperienza e opinione individuale, relativa di per sé, ciascun uomo non può non indirizzarsi verso il bene.

pag06-07-shutterstock_55601281Papa Benedetto XVI, sin dall’inizio del suo pontificato, ci ha spinto a riflettere su un problema: quello del relativismo. Di cosa si tratta? Non di respingere il riconoscimento del fatto che tutti noi, quando ci poniamo di fronte a qualcosa, lo facciamo da un certo punto di vista: in questo senso – evidente a chiunque – ogni nostra esperienza è relativa in quanto è riferita a noi come a un soggetto che – calato in uno spazio e in un tempo precisi – guarda la realtà subendo il condizionamento della sua condizione creaturale

Il Pontefice ci invita a fare i conti con un altro pregiudizio, quello secondo cui il nostro parziale punto di vista non potrebbe mai trovare nulla di assoluto, ma sarebbe alla rincorsa di qualcosa che cambia in continuazione.

Quella relativistica non è un’ideologia di oggi, già nel mondo antico veniva sollevata e Aristotele – un filosofo vissuto oltre ventitre secoli fa – la riconduce a questa affermazione: inseguire la verità sarebbe come rincorrere un uccello in volo. Difficile pensare che si possa mai arrivare a toccarlo! Evidentemente, si tratta di un’immagine e – come sempre accade quando si fa un esempio – solo in parte corrisponde a quello cui intende alludere. È però efficace nel far cogliere che la prospettiva relativistica è caratterizzata dalla convinzione che tutto sia sempre in movimento e che nulla possa essere accostato come definitivo.

Ma Aristotele – che non era relativista – fa un’osservazione illuminante. Nota, richiamando pensieri formulati prima di lui, che l’essere umano, all’interno della sua capacità di agire, sa fare anche esperienza di azioni condivise. Infatti, come lui stesso lo definisce, è l’“animale politico” cioè un vivente che sa fare comunità. Dove sta la differenza rispetto a quello che sanno fare anche gli animali, quando vivono in branco? In questo: la socialità umana non è solamente l’aggregazione di individui che convivono perché questo permette loro di affrontare meglio le sfide della vita. Nella socialità umana – a differenza di quella animale – l’accudimento non è riservato solo ai cuccioli, ma anche agli anziani e ai malati. In altre parole: la comunità – di cui sono capaci gli esseri umani – è tale perché sa riconoscere un “bene comune” che va al di là degli interessi di ciascuno. Di cosa si tratta? Come scrive un filosofo cattolico dell’Ottocento (Rosmini), dell’essere umano come “diritto sussistente”. Cioè: bene in sé. 

Si tratta di una considerazione importante. Se l’essere umano è in grado di riconoscere un bene che è tale per il fatto che esiste (la persona), allora – pur restando vincolato dai limiti della sua condizione creaturale che rende relativo ogni suo apprendimento – dimostra di essere capace di cogliere anche qualcosa che non muta, qualcosa di stabile e definitivo. La definizione aristotelica è rilevante perché si specchia nel riconoscimento – risalente sempre ad Aristotele – del fatto che l’essere umano è l’“animale dotato di lógos”. Che cos›è il “lógos”? Lo comprendiamo se ci riferiamo alla parola “dialogo” che letteralmente significa “attraverso il lógos/per mezzo del lógos”. Il dialogo è comunicazione: il “lógos” è ciò che permette di comunicare perché è “comune” a tutti gli esseri umani

Nel magistero di Benedetto XVI, il riferimento al “lógos” è continuo: non è casuale perché, nel Vangelo di Giovanni, l›apostolo utilizza questo termine per identificare Cristo come il Figlio di Dio. Infatti, come il “lógos” mette in comunicazione gli uomini tra loro, così il “Lógos” li mette in comunicazione con Dio. Che cosa accade, nell’uno e nell’altro caso? Che si verifica un’esperienza capace di far uscire dal proprio – relativo – punto di vista: infatti, la domanda di comunicazione è comune a tutti gli esseri umani di ogni tempo. Come ha spiegato la pragmatica (una disciplina della linguistica contemporanea), l’essere umano non può non comunicare. 

A quale conclusione siamo giunti? Che c’è almeno un’istanza nell’essere umano – quella della comunicazione – che non è relativa, ma assoluta. Questo significa che il relativismo è infondato e che, fermo restando che l’esperienza dell’essere umano è sempre relativa, è possibile anche fare esperienze che superano la relatività e introducono in un orizzonte assoluto perché supera la condizione relativa ad ognuno. 

Il bene ha questa caratteristica. 

Lungo la storia alcuni comportamenti sono stati talvolta giudicati buoni, talatra cattivi, ma questo non significa che bene e male non esistano, perché si è sempre cercato “il” bene anche quando si è arrivati a conclusioni contraddittorie. 

Anche nel nostro tempo non dobbiamo arrenderci al relativismo che spaccia per libertà la solitudine conseguente al fatto che ciascuno annega nel proprio limitato punto di vista. 

Attraverso la pratica del “lógos” che ci accomuna – cioè la relazione dialogica – dobbiamo cercare la verità, “il” bene, senza stancarci mai di farlo. In questa comunicazione è coinvolto anche il “Lógos”, perché – come scrive il Papa nel Messagio per la Giornata mondiale per la pace 2012 – l’uomo “è un essere relazionale, che vive in rapporto con gli altri e, soprattutto, con Dio”.

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