Ahi, ahi, che male!

Come Chiara - Fare penitenza

Dall’allontanamento da Dio, che il peccato è e rappresenta, un ritorno è possibile solo se il Signore illumina il cuore e se chi ci sta intorno mantiene in sé e negli altri la carità.

pag04-05Gamba_Chiara_cuore_illuminatoPer noi, la relazione che sussiste tra peccato e penitenza - in modo logico, chissà perché? - è data dalla confessione

C’è forse una realtà/parola/immagine più obsoleta, demodé, fonte di pre-giudizi, dubbi e obiezioni e… di questa? 

Confesso che farei volentieri a meno d’intrattenervi su questo argomento, tanto più che potrei pure avvantaggiarmi di un bel po’ di buone giustificazioni! Non ultimo il fatto che, negli scritti di Chiara che ci sono rimasti, si parla pochissime volte di peccato (praticamente solo nel capitolo IX della Regola), ma, in compenso, moltissime volte di penitenza e, cosa per noi stranissima, di una penitenza associata alla vocazione. 

L’ho scritto e già sento i rimbrotti: «Bella animazione vocazionale fai! Seguire il Signore: una penitenza! Chi vuoi che la trovi una cosa attraente?!». Beh, diciamo che solo quelli che sono effettivamente chiamati ad una sequela particolare del Signore possono capire fino in fondo che cosa ci sia di attraente nella penitenza di cui parla Chiara - e non scrivo questo per fare la snob! Mi rifaccio a Gesù che dice che non a tutti è dato di capire (cf. Mt 19,10-12) e a Paolo che dice che ciascuno ha il suo dono da Dio (cf. 1Cor 7,7) -.

Provo, comunque, a leggere con voi il passaggio della Regola in cui Chiara parla del peccato (e di penitenza a questo legata): Se qualche sorella, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente contro la forma della nostra professione [] finché rimarrà ostinata si preghi affinché il Signore illumini il suo cuore. Ma l’abbadessa e le sue sorelle debbono guardarsi dall’adirarsi e turbarsi per il peccato di chicchessia, perché l’ira e il turbamento impediscono la carità in sé e negli altri (FF 2801.2802). 

Il peccato per Chiara è, quindi, un’istigazione del nemico e può essere evitato (o superato) solo mantenendosi attaccati (o ritornando) al Signore, riconoscendoci creature, dipendenti ontologicamente (se vogliamo usare una parola grossa che potremmo rendere con “nel nostro stesso essere/esistere”) da Colui che ci ha creato. 

Nel malaugurato caso ci si allontani da questa relazione un ritorno è possibile solo se: primo, il Signore illumina il cuore e, secondo, le sorelle (cioè tutti quelli che ci stanno intorno) mantengono in sé e negli altri la carità (e qui vi invito caldamente rileggere la descrizione che ne fa Paolo in 1Cor 13,1ss). 

Da quanto scrive, Chiara sembra essere certa che l’uomo (qui, in particolare, le sorelle) è fatto per rispondere, nella pace, al suo Dio e che, se mantiene aperti gli occhi sulla bellezza che lo circonda e, ancora di più, sulla bellezza del Figlio dell’uomo, non può essere distratto dal nemico e peccare mortalmente (per le sorelle peccato mortale è quello contro la forma della nostra professione - cioè il Vangelo - il rifiuto dell’amore che Gesù offre donando la sua vita, liberamente, sulla croce), cioè staccarsi dalla sola fonte di vita, vera e piena.

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