Casa, dolce casa

Figlio non più unico

Il difficile è passare dalla morte alla vita, dalla solitudine alla comunione, dal convento pensato al convento di fatto, dai frati ideali ai frati reali e amarli così, come sono.

pag13 assisi cerco te giugno 2011 079 20Un po’ perché sono figlio unico per natura, un po’ perché mi ritrovo ad avere molti fratelli per grazia, la mia identità stenta a dare una soddisfacente spiegazione di sé. Ebbene sì, caro lettore, hai indovinato: sono un frate. Ora, quando bussai alle porte del convento, dovetti parlare delle mie origini familiari. E alla fine mi fu detto: “sei figlio unico, questo potrebbe essere un segno di vocazione”.

Esodo. Niente di più strambo, pensai tra me: ma come? Proprio perché sono figlio unico, la vita di frate non mi può appartenere… E invece no: perché se Dio chiama un malato per farlo diventare sano, può ben permettersi il lusso di chiamare un figlio unico per farlo diventare un fratello. Alla fin fine, caro lettore che aspiri a formare una famiglia, a te viene richiesto qualcosa di simile: passare dalla morte alla vita, dalla solitudine alla comunione, dall’amore pensato all’amore di fatto, dal coniuge ideale al coniuge reale; per amarlo così, come si presenta.

La fase due. Una volta entrato in convento, poi, ho cominciato a rendermi conto di ciò che Dio mi stava per fare. La fase due era soltanto agli inizi, ma già ne intravedevo gli orizzonti. Nato al mondo come figlio, la chiamata che si delineava era quella a rimanerlo per sempre, ma in un’altra famiglia: quella francescano-cappuccina. E il passaggio non fu dei più semplici. Credo infatti di avere capito cosa provano i figli adottivi: un certo disorientamento, la fatica di coniugare la mia silvestre personalità con quella degli altri “familiari” e un mucchio di altre cose che non sto ora ad elencare.

E i figli? In ogni caso il guado fu difficile, ma il punto di approdo un po’ più visibile: passare dalla morte alla vita, dalla solitudine alla comunione, dal convento pensato al convento di fatto, dai frati ideali ai frati reali; per amarli così, come si presentano. Con una precisazione: che di figli, non se ne parla; anzi, se ne parla, ma questi figli siamo proprio noi, noi frati. Tutti minori, nel solco della più tosta tradizione francescana; tutti uguali tra di noi, pur nel rispetto delle nostre differenze – e, talvolta, sono tante… Di quando in quando, qualche molto reverente fedele che si aggira tra le navate della chiesa, prima di chiedermi un’informazione, mi chiama con l’appellativo di “padre”. E io rispondo, do l’informazione, e poi, per congedarmi, aggiungo che no, non sono padre, sono solo un figlio “non-più-unico”. Lui si mette a ridere. E io non capisco perché.

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Fotografie immagine di pagina 5 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.