Casa, dolce casa

Quale famiglia oggi?

Dicendo che il matrimonio è sacramento, la Chiesa
riconosce nell’unione dell’uomo e della donna la partecipazione alla vita divina, non semplicemente
al tessuto sociale.

pag06-07 shutterstock 51907480Un principio elementare della logica è il seguente: se una cosa è “tutto”, in realtà è “niente”. Mi spiego: se con un termine identifichiamo qualunque cosa, in realtà non identifichiamo nulla perché una cosa è riconoscibile come originale solo in quanto viene distinta dal resto. Comincio con questa considerazione perché mi sembra si adatti bene alla famiglia oggi. Col termine “famiglia”, infatti, oggi si tende a identificare ogni forma di aggregazione interpersonale, con il risultato che – di fatto – non significa più nulla. 

Le cose, in realtà, non stanno così. Sul piano istituzionale, la Costituzione italiana è chiara quando afferma che la famiglia è la “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29). Ma non è meno chiara la testimonianza lessicale che ci giunge dal linguaggio comune quando dice di qualcuno che “si costruisce una famiglia” ossia procede a compiere un’azione intenzionale e ben precisa. Come si potrà notare, non ho fatto alcun riferimento alla dottrina e alla morale cristiane non perché siano irrilevanti, ma perché voglio tenere l’approccio su un piano laico che possa confrontarsi con l’aggressione a cui è esposta la famiglia all’interno del quadro naturale ossia comune a tutti, credenti e non credenti.

Cicerone afferma che la famiglia è “semenzaio della Repubblica” (“I doveri”, 54), perché? Si potrebbe pensare: a causa della generazione dei figli, ma non è così in quanto – oggi come al tempo dei Romani – c’è famiglia anche in assenza di generazione. La ragione della frase ciceroniana è un’altra: la famiglia è “semenzaio della Repubblica” perché, in forza del matrimonio, esprime un vincolo pubblico che è simile a quello che unisce i concittadini nella comunità civile. Mi spiego. Che cosa vuol dire “essere cittadini”? Significa condividere diritti e doveri che sono assunti in chiave genealogica come dimostra il fatto che ciascuno di noi è tenuto a rispettare la Costituzione anche se pochissimi di noi, avendo votato per la Costituente nel 1946, hanno dato mandato a coloro che scrissero la Carta costituzionale. Allora perché anche chi, come me, non ha compiuto questo gesto, è tenuto a corrispondervi? Perché siamo innestati in una successione genealogica che ci introduce in doveri (e diritti) conseguenti all’azione compiuta da chi ci ha preceduto. Ecco perché è essenziale vincolare “famiglia” e “matrimonio”: quest’ultimo è l’istituzione che, rendendo pubblico il patto di fedeltà tra i partner, costituisce la prima cellula da cui trae origine – come ampliamento – l’intero corpo sociale.

Da questo punto di vista, occorre – a mio avviso – respingere la tendenza in favore dell’equiparazione tra matrimonio e convivenza. In fin dei conti, coloro che convivono compiono la scelta di mantenere in ambito privato la loro unione: se vogliono renderla pubblica, quindi accedere alle opportunità che la Costituzione prevede per l’istituto familiare, non devono fare altro che sposarsi. Tengo a rimarcare come ho affrontato il tema del matrimonio: non lo assumo come manifestazione dell’amore (perché non credo che sia possibile “misurarlo”: solo il concreto soggetto e Dio, che legge nei cuori, conoscono se e quanto amore ci sia in una persona). Ho invece posto in evidenza il significato del matrimonio come istituzione che sancisce il valore della dimensione pubblica, mentre la convivenza – su un piano puramente naturale – si presenta come una espressione privata. 

Vengo infine a considerare un’altra questione: possiamo parlare di famiglia per quanto riguarda l’unione omosessuale? Anche in questo caso mantengo l’approccio su un livello puramente naturale, rispetto al quale dell’omosessualità si può legittimamente affermare che, configurando una relazione sessuale all’interno del genere di appartenenza, nega la sessualità come richiamo alla comunicazione con l’alterità di genere, quindi ne dà una interpretazione connotata in chiave narcisistica. Questo significa che due soggetti che praticano l’omosessualità non possono essere capaci di prestarsi aiuto, solidarietà, ossia di svolgere – l’uno per l’altro – azioni improntate a filantropia? No, queste azioni sono possibili a tutti in proporzione alla propria maturità umana, rispetto alla quale comunque la pratica omosessuale della sessualità, in quanto contraddice il profilo radicalmente relazionale di questa espressione della persona, si configura come inappropriata. Per questa ragione ritengo che vada respinto il tentativo di introdurre la coppia omosessuale nell’istituto matrimoniale: non vi corrisponde intrinsecamente. La domanda che molti si pongono è questa: come fare a tutelare i diritti corrispondenti ad una convivenza di questo tipo? La risposta a me pare la seguente: se diritti ci sono (vanno ovviamente vagliati, come in tutti gli altri casi), non devono essere tutelati attraverso un istituto specifico (la qual cosa negherebbe il carattere normativo del matrimonio come “società naturale”cioè composta da un uomo e una donna), ma attraverso accordi di tipo privato (notarile).

Ho cercato di affrontare le questioni sul piano della natura, cioè della (laica) condizione che tutti ci accomuna a prescindere dalle convinzioni di fede. Le quali però non sono un contorno marginale. Quando la Chiesa insegna che il matrimonio è sacramento, porta l’intuizione ciceroniana a compiere un salto di qualità che fa riconoscere nell’unione dell’uomo e della donna la partecipazione alla vita divina, non semplicemente al tessuto sociale. Quando la Chiesa insegna che la pratica omosessuale configura un disordine oggettivo, fermo restando il rispetto (l’amore) dovuto ad ogni persona, pone con chiarezza il riconoscimento del significato profondamente (strutturalmente) relazionale della sessualità, come dimostra l’interpretazione cristiana della condizione del celibe consacrato come una forma di coniugalità spirituale.

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Fotografie immagine di pagina 5 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.