Ne vale la pena

È solo una perdita?

Se del sacrificio consideriamo il solo aspetto di rinuncia, ci risulta inconcepibile, inaccettabile, effetto di “una superstizione irragionevole, smisurata”.

pag06-07_shutterstock_3658769_24Il profilo di una scodella cambia radicalmente, a seconda di come è posta davanti ai nostri occhi. Se la guardiamo capovolta, non ci passa minimamente per la testa che possa servire a contenere qualcosa. La sua sommità ci dà l’impressione di produrre l’effetto contrario, quello di disperdere. Del resto, accade precisamente questo: se ci versiamo sopra qualcosa, istantaneamente il liquido ne segue la sagoma, scivolando verso terra.

La situazione muta radicalmente quando capovolgiamo la scodella. Accade l’esatto contrario: davanti a noi si mostra una cavità fatta apposta per raccogliere ciò che vi poniamo all’interno. Se ci versiamo dell’acqua, si raccoglie nel fondo della scodella e vi rimane fino a quando, giungendo ai bordi del recipiente, comincia a tracimare. Solo ora si disperde.

Che cosa c’entra la scodella con il sacrificio? C’entra molto perché, come nel caso della scodella è possibile non accorgersi minimamente della sua funzione se la si guarda capovolta, così – anche nel caso del sacrificio – se lo avviciniamo dalla prospettiva sbagliata, non ne cogliamo minimamente né il significato né la funzione. Vediamo di fare insieme questa esperienza.

Il modo improprio di considerare
il sacrificio

La modalità più comune, per accostare il sacrificio, equivale allo sguardo posto sulla scodella capovolta. Che cosa ne ricaviamo? Che il sacrificio è solo una perdita. Sacrificarsi significa rinunciare, cioè svilire la nostra capacità di scelta e di azione. Chi si sacrifica è un poveretto, qualcuno che – forse per viltà o comunque per sfiducia nelle proprie capacità – rinuncia a fare quello che potrebbe essere alla sua portata. Va quindi compatito, ma – in certi casi – merita anche disprezzo, perché non è all’altezza di ciò a cui lo chiama la condizione umana.

Così guardavano ai cristiani gli intellettuali romani, divulgando tra la massa un diffuso senso di rifiuto e – appunto – disprezzo verso gente che era etichettata come affetta da un formidabile “odio verso il genere umano”. Del resto, gli aristocratici erano urtati dal pauperismo dei primi cristiani. Che senso poteva avere, per gente abituata a vivere nel lusso, rinunciare alle ricchezze, metterle in comune, anteporre la cura della vita – di ogni vita – all’accumulo dei beni? Non è casuale che, nella Lettera a Diogneto (uno dei più antichi documenti cristiani), si sottolinei – per connotare la condizione del credente – che i cristiani non sono soliti abbandonare i figli né consumare adulteri… perché? Per la ragione che i cristiani, adorando il “Dio della vita”, posano uno sguardo tutto particolare sull’esistenza. Per loro, il figlio non è “res paterna” (cioè “proprietà del padre”), ma anzitutto un “figlio di Dio”; l’unione coniugale non è un semplice “contratto” che può essere rescisso in qualunque momento secondo la legge oppure le consuetudini, ma – come scrive san Paolo – una misteriosa partecipazione all’unione mistica tra Cristo e la Chiesa. 

Tutto questo era incomprensibile per l’aristocrazia romana, ma anche per il popolo: pensiamo, ad esempio, al disprezzo per i giochi. La plebe compensava il proprio stato di sfruttamento e marginalità attraverso la fruizione dei giochi, cioè degli spettacoli nei quali uomini e donne di condizione ancora più bassa (cioè gli schiavi) erano esibiti in spettacoli violenti e sanguinari, spettacoli serviti da coloro che avevano tutto l’interesse a tenere il popolo in una condizione di subalternità. I cristiani rifiutavano questo tipo di divertimento perché consideravano (e continuano a considerare) sacra la vita umana in quanto appartenente a colui che è stato creato a immagine di Dio. Il rifiuto dei giochi, da parte dei cristiani, non aveva un significato solo morale, ma anche sociale: voleva dire respingere il trattamento da bestie riservato non solo a chi vi prendeva parte, ma anche agli spettatori.

Non abbandonare i figli (quando possono essere anche fonte di preoccupazione e spesa), non praticare l’adulterio (quando ci può essere l’occasione di “evadere” dal matrimonio), non partecipare ai giochi (quando vengono offerti per compensare le frustrazioni della vita quotidiana)… sono altrettanti esempi di sacrificio che – se vengono accostati come rinuncia – risultano semplicemente incomprensibili, l’effetto di “una superstizione irragionevole, smisurata”, come scrive Plinio il Giovane all’imperatore Traiano.

Ma, gradualmente, la fede cristiana si è diffusa sia tra gli aristocratici sia tra il popolo. Questo significa che è stato colto qualcosa. Utilizziamo l’immagine da cui siamo partiti: la tazza – a un certo punto – è stata capovolta.

Il modo appropriato di considerare
il sacrificio

Che cosa è stato riconosciuto? Che cosa può essere essenziale riconoscere anche per noi oggi? Non il sacrificio come rinuncia, ma il sacrificio come conquista.

Questo dipende anzitutto dalla motivazione: perché siamo chiamati a compiere sacrifici? Certamente non per una qualche forma masochistica: il piacere conseguente alla sofferenza inflitta oppure autoinflitta, configura generalmente una devianza di tipo psicologico che può diventare anche morale. Nella prospettiva cristiana, il sacrificio è sempre praticato per amore, perché corrisponde al “dare la vita” in favore di qualcuno. Dall’atto creatore di Dio in giù, secondo il cristianesimo, la logica fondamentale è sempre quella dell’amore. Si può trattare di un amore anche sbagliato (l’“amore di sé”, come ne parla Agostino), ma sempre di amore si tratta, come – del resto – aveva capito già il mondo pagano identificando con “eros” il movente di ogni conoscenza e di ogni azione. La sfida allora è fare il sacrificio in nome di un amore autentico, nel senso di “vero”, bonificando le nostre motivazioni da ciò che risulta improprio.

Ma perché amare? Per quale ragione dovremmo volerci distaccare dal nostro io che – in fin dei conti – esprime quello che siamo per essenza cioè in modo radicale? Per la ragione che l’identità umana – nella quale si “specchia” il mistero della Trinità – è strutturalmente sociale: in altre parole, l’essere umano è un “io” che paradossalmente si realizza quando riesce a dire “noi”. Da questo punto di vista, il sacrificio – in quanto oltrepassamento del perimetro dell’io, ossia in quanto decentramento – diventa un potente vettore di conquista della maturità se, per amore, porta a posporsi rispetto ad altro oppure altri. Diventa, inoltre, un efficace mezzo per alimentare l’autostima perché rende manifesto che si è in grado di contenere il richiamo narcisistico (e infantile) del proprio sé.

Stampa

Fotografie immagine di pagina 5 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.