Fuori il nome!

Come Chiara - Un nome, un destino

L’arte di Chiara è conoscere nel profondo il nome di Gesù, il concentrato della salvezza.

pag10-11 gambaI latini, sinteticamente, dicevano nomen omen (che significa significa “il nome è un presagio”, “un nome un destino”, “il destino nel nome”, “di nome e di fatto”) ed è una massima che funziona benissimo per Gesù. Il suo nome, infatti, significa Salvatore (cioè Colui che salva) ed indica la sua missione nel mondo e per il mondo

Chiara (e Francesco) vivevano immersi nella lingua latina - magari non più quella aulica dell’Impero nel suo massimo splendore, ma pur sempre latino - e questo detto faceva certamente parte della loro forma mentis mutuata dal linguaggio. Perché sempre – e per tutti - il linguaggio plasma anche il modo di vedere e sentire la realtà, in un circolo (si spera, virtuoso) che continuamente passa dall’una all’altro (e viceversa) arricchendo e approfondendo entrambi.

Scrivo questo a mo’ d’introduzione a due brevi passaggi (un tratto dalla Vita di santa Chiara vergine, l’altro dal Processo di canonizzazione) che ricordano parole e gesti compiuti da Chiara

Nella Vita si racconta del miracolo della guarigione di una sorella, di nome Amata, che soffriva da tredici anni di febbre idropica, era prostrata dalla tosse e sofferente di un dolore su un fianco (un bel concentrato di sanità, insomma!): su di lei Chiara, mossa a pietà, fece ricorso al nobile soccorso della sua arte. Il biografo parla della pietà di Chiara, cioè della sua tenerezza, della sua premura e cura verso le sorelle - che però hanno il sopravvento solo quando la situazione rischia di far vacillare la fede e la speranza di Amata, non prima - e dell’arte che è un’abilità coltivata con acribia, costanza… perché nessuno nasce artista (anche se ci può essere un talento, è solo in fieri), ma ciascuno si costruisce come artista. 

E quale è l’arte di Chiara? Il segno della croce nel nome di Cristo, il concentrato della salvezza, insomma. Il nome di Gesù che manifesta pienamente il suo “contenuto” in quella determinazione d’amore, che è l’accettazione della croce, così che da strumento di supplizio si trasforma in trono di gloria, come afferma l’evangelista Giovanni. 

La consapevolezza di questo amore portato fino alle estreme conseguenze, fa sì che anche Chiara, come ci ricorda suor Agnese di Oportulo al Processo, negli ultimi momenti della sua vita riteneva continuamente la passione del Signore nelle labbra sue; e così el nome del nostro Signore Iesu Cristo. Ciò che Chiara ha di più caro, ciò che ha reso la sua vita dolce e amabile un’opera d’arte - tanto da benedire, in punto di morte, il Signore per averla creata! - è stato il nome di Gesù e il ricordo di ciò che lui, per amore nostro, ha sopportato anche nel suo corpo. Un nome, un destino. Un nome, un amore, per sempre.

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Fotografie immagine di pagine 10-11 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.