Fuori il nome!

Gloria al suo nome

Siamo invitati a non usare Dio per i nostri scopi, a riconoscere la distanza che ci separa da lui, a conoscere e rispettare il nome di Dio, cioè la sua persona.

pag08-09 shutterstock 27164152Il nome, nella Bibbia, indica la pienezza della persona, la sua natura profonda, la sua intimità. L’umano riceve da Dio il compito di dare un nome alle opere del Creato, per imparare a conoscerle e usarle con intelligenza. Quando Dio rivela il suo nome a Mosè, nome che può essere letto in diversi modi, indica il suo desiderio di entrare in confidenza con il suo popolo. Spesso Dio cambia il nome di chi chiama, come farà anche Gesù e, secondo l’Apocalisse, ad ognuno di noi verrà dato un nome nuovo quando vedremo Dio faccia a faccia…

Nel passato, questo comandamento era legato all’abitudine di bestemmiare. Non c’è bisogno di essere cristiani per non bestemmiare, è sufficiente essere educati!

L’invito a rispettare il nome di Dio, allora, va ben oltre alla proibizione di non bestemmiare. Il Decalogo ci invita a non tirare Dio in ballo inutilmente, a coinvolgerlo in cose che non lo riguardano, di averne rispetto, a cercare la sua identità profonda, senza liquidarlo con una visione pregiudiziale e approssimativa.

Nella mia esperienza, vedo che molte persone credono di credere, sono convinti di avere un’idea certa di Dio, per credervi o per non credervi. Nomina invano il nome di Dio, cioè si illude di conoscerne l’essenza, chi non accetta di mettersi in gioco e accogliere ciò che Gesù ha detto del volto del Padre. Quanti sé-dicenti cristiani sono, in realtà, legati ad una vaga idea di Dio!

Non nominare il nome invano, allora, ci sprona a entrare in relazione con il vero volto d Dio

Gesù andrà oltre chiedendo, nella preghiera del Padre Nostro, di santificare il nome di Dio, di rendergli gloria.

Rendiamo gloria al nome di Dio quando riconosciamo la sua opera prodigiosa, quando lo lodiamo e lo glorifichiamo, quando, con una vita evangelica, operosa e coerente, nel limite di ciò che siamo, manifestiamo la sua opera a chi ci sta attorno…

Ma, anzitutto, dobbiamo evitare di nominare il nome di Dio invano.

Lo nominiamo invano quando crediamo di parlare in suo nome. Certo: Dio ha parlato e continua a parlare al suo popolo, possiamo conoscere le sue parole nella Parola, accolta e meditata nella comunità cristiana, e ci sono dei ministeri, cioè dei servizi alla Chiesa, che prevedono la possibilità di intervenire sulle questioni per dirimerle.

Ma nessuno può arrogarsi il diritto di possedere Dio, di essere suo definitivo interprete: la Chiesa stessa vive in obbedienza alla sua Parola, custodendola e rendendola viva e quando deve pronunciarsi su questioni attinenti alla fede o alla morale lo fa con grande prudenza.

Lo nominiamo invano quando lo tiriamo in ballo per le minime cose della quotidianità, come se dipendesse da Dio e dal suo umore il fatto di non trovare parcheggio o di tamponare l’automobile! Come se Dio ce l’avesse con noi!

Lo nominiamo invano, e quante volte è successo - anche nella storia della Chiesa! - per giustificare violenze e crimini. Dio non approva mai la violenza, in nessun caso, tanto meno per rendere gloria al suo nome!

Lo nominiamo invano quando lo bestemmiamo. Oggi - grazie al cielo! - la bestemmia ha perso molto della sua valenza di spregio a Dio. Quasi sempre la bestemmia è un’imprecazione fatta in un momento di rabbia, più che per offendere Dio! Molti si sono resi conto che la bestemmia, prima che offendere Dio, offende l’intelligenza di chi la pronuncia… Ci sono dei momenti in cui il credente può scivolare nella disperazione o nello sconforto e rivolgersi a Dio con parole inappropriate.

Intendiamoci: i salmi sono pieni di lamentele nei confronti di Dio, lamentarsi è lecito! Sono i toni, forse, a dover essere controllati per evitare di dire, in un momento di rabbia, cose che non rappresentano il nostro pensiero. Questo succede anche nelle relazioni familiari; è sempre meglio sbollire un momento di collera evitando di dire cose di cui potremmo pentirci…

Lo nominiamo invano quando giuriamo in suo nome. Gesù è stato molto chiaro su questo aspetto: al discepolo è chiesto di vivere con trasparenza, di avere un linguaggio chiaro e vero, di non giurare per difendere una propria posizione, per non incorrere nel rischio di offendere Dio se stiamo mentendo!

Il secondo comandamento ci invita a non usare Dio per i nostri scopi, a riconoscere la distanza che ci separa da lui che, pur volendo fare amicizia con noi, è il “totalmente altro”, a conoscere e rispettare il nome di Dio, cioè la sua persona.

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Fotografie immagine di pagine 10-11 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.