Fuori il nome!

Invocazione, imprecazione, bestemmia

Il linguaggio che utilizziamo, oggi, è spesso eccessivamente disinvolto: la parola lascia il segno in chi la pronuncia non meno che in chi la riceve… e non sempre teniamo conto di ciò che diciamo e delle persone a cui (o di cui) parliamo.

pag04-05 shutterstock 65298844L’invocazione corrisponde alla normale comunicazione con Dio da parte del credente. Egli, che ci ha chiamati a diventare suoi interlocutori, ci tratta da pari a pari, nonostante il divario tra noi e lui sia enorme. La parola umana vacilla davanti alla Parola che dà la vita con il solo fatto di esistere, a differenza delle nostre parole che domandano fatica per tradursi in opere e - non infrequentemente - falliscono il bersaglio. Questo spiega perché - nelle preghiere antiche - compaiono formule che recano il senso di un arcaico rispetto, come il dare del “voi” a Dio, che ritroviamo nelle orazioni tradizionali sia in italiano sia in francese, come pure - per quanto concerne l’inglese - l’uso dell’aggettivo possessivo “thy” (“vostro”). Che cosa ha voluto dire passare al “tu”/”tuo”? Certamente non misconoscere la potenza di Dio, ma riconoscere - tratto tipico della Rivelazione cristiana - che l’Onnipotente ha voluto farsi piccolo e consegnarsi - inerme - alla sua creatura, come celebriamo nel mistero del Natale. L’invocazione è la manifestazione confidenziale di questa prossimità che ci fa rivolgere fiduciosi a colui che conosce - prima che noi glielo diciamo - ciò di cui abbiamo bisogno.

Nel mistero della fede c’è spazio anche per il dubbio, a patto che corrisponda all’autentica ricerca della risposta. La cultura moderna ha celebrato il dubbio come “metodo” per trovare la verità, però c’è una fondamentale contraddizione in questa convinzione: se il dubbio diventa la misura della verità, questa non sarà mai in grado di persuadere completamente. Ma non è forse questo ciò di cui danno testimonianza le conversioni vere, quelle che cambiano radicalmente e definitivamente la vita? Non si tratta di persone che non provano più la fatica di credere - come si è venuto a sapere dopo la morte di madre Teresa di Calcutta che per decenni ha provato il sentimento della lontananza di Dio dalla sua vita - ma di uomini e donne che “si innamorano” di Dio al punto che desiderano non distaccarsene anche quando lui si trova - almeno nella loro percezione - lontano. È grande il mistero dell’incontro tra il Creatore e la creatura, c’è una sproporzione talmente enorme che stupisce il fatto stesso che l’incontro possa avere luogo: non deve meravigliare che ci siano luci e ombre all’interno di questo incontro il quale - per questa ragione - nell’invocazione può assumere anche toni drammatici.

Ci sono sorprendenti affinità tra certe invocazioni e certe imprecazioni che assumono l’aspetto del gemito, della sofferenza espressa da colui che vorrebbe, ma non riesce o non vuole (l’espressione “vorrei volere” per alludere alla tensione della ricerca di Dio è presente nel percorso agostiniano delle “Confessioni”) vivere la comunione con il Creatore. L’imprecazione sciupa questa tensione perché esprime la tendenziale sfiducia nei confronti di Dio, lo considera una “presenza assente”, nonostante - da parte sua - abbia espresso la maggiore prossimità possibile - per quanto umanamente “immaginabile” - ossia la morte innocente sulla croce. Forse, rispetto alla facilità con cui le imprecazioni salgono alle labbra, scontiamo lo scadimento dell’educazione cristiana, che talvolta non restituisce adeguatamente l’abbassamento di Dio alla condizione umana. Certe letture eccessivamente sociologiche e descrittive non evidenziano che è stata una liberalità di Dio scendere tra di noi, un obiettivo abbassamento al livello della creatura, compiuto dal Creatore per puro amore, l’“agape” intesa come la ricchezza che volge - non costringe - alla donazione. L’eccesso di orizzontalità e didascalismo di certe celebrazioni, la scarsa attenzione alla comunicazione anche estetica del Mistero conducono a banalizzarlo come se si trattasse della visita di “uno di noi”, ma le cose non stanno così. Di fronte all’imprecazione, è essenziale il riconoscimento della sua inappropriatezza per il fatto che non prende in adeguata considerazione colui che è evocato attraverso il suo nome: dobbiamo educare a trasformare questa forma impropria nella invocazione che la creatura - anche con tutta la drammaticità che sale dal suo vissuto - rivolge a Colui che l’ha creata e la ama indefettibilmente.

Che cosa dire, a questo punto, della bestemmia? Non si tratta “semplicemente” dell’affermazione impropria del nome di Dio, ma di un gesto aperto e intenzionale di ribellione a lui. Certo, può essere proferita anche per abitudine e con noncuranza, ma questo non ne cancella la gravità perché comunque le parole qualcosa significano sempre. La bestemmia reca in sé un moto di rivolta, questo è intuitivo. Si coglie anche facilmente che si tratta di una ribellione impotente, perché non è mai riuscito a nessuno di sovvertire qualcosa facendo la caricatura del suo nome. C’è un senso di tragica sconfitta nella bestemmia, qualcosa che si ritorce contro colui che la pronuncia il quale, mentre dà sfogo alla sua rabbia (alla sua sofferenza?), in realtà sprofonda nella condizione difficile in cui si trova come se stesse affondando nelle sabbie mobili. La bestemmia va chiamata con il suo nome: è un peccato, una grave offesa nei confronti di Dio. Contemporaneamente - se vogliamo intervenire come educatori - dobbiamo cercare l’incontro con colui che l’ha proferita, per far emergere le motivazioni che hanno condotto a questo gesto sbagliato. Anche in questo caso, evidentemente con maggiore difficoltà rispetto all’imprecazione (anch’essa rubricabile tra i comportamenti sbagliati), occorre intervenire per condurre all’invocazione, chiedendo il dono della conversione.

Invocazione, imprecazione, bestemmia: hanno in comune qualcosa. La parola. Oggi siamo troppo disinvolti rispetto al linguaggio che utilizziamo, abbiamo dimenticato la lezione degli antichi, che avevano ben compreso come la parola lasci il segno in chi la pronuncia non meno che in chi la riceve e - per questa ragione - avevano eletto la retorica (l’arte di parlare bene) a nucleo portante della pratica educativa. Cerchiamo di essere attenti a come parliamo e a come parlano coloro che dobbiamo educare. Non si tratta di indulgere a forme estetizzanti e barocche, ma di richiamare che il controllo sulla parola corrisponde al controllo su noi stessi e questo concorre ad accrescere oppure a diminuire la nostra autostima.

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Fotografie immagine di pagine 10-11 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.