Uno, basta

Credere: perché?

L’essere umano è in comunicazione con una realtà che rimanda a ciò che è eterno, al di là dello spazio e al di là del tempo.

pag04-05 esteso shutterstock 40416823Negli ultimi decenni si sono succedute le più diverse “sentenze” relativamente alla morte della religione e alla fine della fede. C’è stato chi ha sostenuto che si trattava di residui appartenenti a un mondo ormai arcaico che l’avanzare delle conquiste scientifico-tecnologiche avrebbe spazzato via in modo definitivo. Altri hanno affermato che l’emancipazione da Dio sarebbe stata diretta conseguenza della - finalmente affermata - indipendenza dell’essere umano. Qualcuno ha fatto leva sugli abusi commessi in nome del Creatore, qualcun altro sulle incoerenti testimonianze dei crendenti; la Chiesa è stata spesso portata sul banco degli imputati; Dio stesso è stato chiamato a rispondere delle tragedie personali (legate al dolore innocente) come pure delle tragedie planetarie (genocidi, stermini, abomini di ogni tipo).

Risultato: negli Stati Uniti - che sono probabilmente il Paese più secolarizzato del mondo - la pratica domenicale è di poco sotto il 50% e l’insediamento del Presidente - che è probabilmente la personalità politica più potente del mondo - è accompagnato dalla benedizione di un ministro di culto; le più importanti rivoluzioni degli ultimi anni - da quella iraniana di fine anni Settanta a quella filippina del decennio successivo, fino al mutamento di regime nell’Est europeo e alla recente “primavera araba” - sono avvenute non su ispirazione di qualcuna delle ideologie atee che hanno popolato il Novecento, ma per impulso dei credenti - musulmani e cristiani -. Forse, più di tante parole, la situazione è ben descritta dal libro, scritto dall’intellettuale francese Gilles Kepel, nel 1991: “La rivincita di Dio” - tradotto in tutte le principali lingue del mondo e venduto in centinaia di migliaia di esemplari -. Dove sta la radice di questa tenace convinzione, contro cui non riescono ad essere vittoriosi né gli intellettuali alla moda né gli apparati propagandistici generosamente foraggiati dal denaro pubblico e privato?

Non pretendo, ovviamente, di rispondere a un quesito che accompagna la storia dell’umanità dalle sue origini. Vorrei, però, svolgere una semplice considerazione che mi sembra poter dire qualcosa in merito alla questione sollevata.

Che cosa muove l’azione umana? La risposta è intuitiva: il desiderio. La nostra vita è intimamente animata da aspirazioni che corrispondono ad altrettanti desideri. Alla luce di questa formidabile propensione a “guardare avanti”, noi viviamo la nostra esistenza come se dovesse sempre avere un futuro: da quando ci alziamo la mattina fino a quando ci corichiamo la sera, non cessiamo di fare progetti e sporgerci su un avvenire che – in realtà – è quanto mai insicuro perché – come l’umanità ha sempre saputo – “del doman non v’è certezza”, come recita una celebre poesia di Lorenzo de’ Medici.

Ma ci muoviamo come se le cose stessero diversamente, e va bene così, altrimenti probabilmente non saremmo capaci di guardare in faccia la realtà e sprofonderemmo nello sconforto della nostra condizione irrimediabilmente contingente. Sennonché c’è qualcosa che – dal fondo dei nostri desideri – affiora e ci fa volgere verso l’eterno senza che questo significhi cedere alla disperazione di chi scopre la sua temporaneità. Lo possiamo cogliere se esploriamo il – già evocato – fenomeno del desiderio. Infatti noi siamo in grado di esprimere due tipi di desiderio: quello finito e quello infinito. Il desiderio finito si manifesta in prospettive di tipo materiale, che è possibile soddisfare a partire da quando prendono forma. Faccio un esempio: se ho sete, posso soddisfare il mio desiderio bevendo dell’acqua. Un’azione limitata nello spazio e nel tempo – prendere il bicchiere, riempirlo di liquido, portarlo alla bocca e versarlo nel cavo orale – è in grado di corrispondere a un’aspirazione che tornerà a presentarsi, ma intanto ha trovato soddisfazione. La nostra facoltà desiderante, però, non si limita a questo.

Noi facciamo i conti anche con il desiderio “infinito”. Prendiamo l’esempio di quando amiamo qualcuno. Può essere il nostro partner oppure un altro congiunto: di che cosa facciamo esperienza?

Di un’affezione “totale”. La persona che amiamo abita il nostro animo (cuore e pensieri), l’immaginazione corre sovente a lei e – quando questo accade – ci rendiamo conto che non riusciamo ad obiettivare in modo circoscritto il sentimento che proviamo nei suoi confronti. Lo dice anche la Scrittura: “Forte come la morte è l’amore” (Cantico dei Cantici 8,6). Che cosa possiamo cogliere all’interno di questo richiamo che ci investe con intensità non comune? Che qualunque azione possiamo compiere per corrispondervi – anche la più intensa e totalizzante – non sarà in grado di corrispondervi pienamente per il fatto che è (e rimane) sempre finita, mentre ciò che proviamo parla il linguaggio dell’infinito.

Tra coloro che più incisivamente hanno messo in luce questo, spicca sant’Agostino. A lui dobbiamo riflessioni che si soffermano sulla sorpresa di fronte al fatto che l’essere umano mostra di possedere nozioni che non gli appartengono, ad esempio quella di uguaglianza. In natura non c’è nulla di perfettamente uguale, nemmeno due gocce d’acqua lo sono. Ma allora come fa l’essere umano ad avere chiaramente inscritta in sé questa idea? Evidentemente lo rimanda a qualcosa d’altro rispetto alla sua comune esperienza. Questo è il punto. Nella sua vita concreta, l’essere umano scopre di avere una dimensione d’infinito (quella che si esprime nell’amore) e una capacità di concepire nozioni (com’è il caso dell’idea di uguaglianza) che non corrispondono all’esperienza finita, limitata nello spazio e nel tempo, che gli risulta familiare. Che cosa significa?

Che l’uomo e la donna sono in comunicazione con una realtà diversa da quella ordinaria, superiore perché rimanda a ciò che è eterno. Si tratta della trascendenza, letteralmente ciò che va al di là dello spazio e al di là del tempo. Mettendoci sui sentieri tracciati da coloro che hanno preso sul serio questa osservazione (come Agostino descrive magistralmente nelle sue “Confessioni”), noi possiamo volgerci verso “Colui che è” (Esodo 3,14) il quale ha messo in noi una formidabile (e invincibile) Nostalgia di lui.

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Fotografie immagine di pagine 10-11 del pittore Umberto Gamba; immagini stock da Shutterstock.