Salvavita

In pienezza

Una società giusta distribuisce le risorse equamente, tutela le persone, la libertà di espressione, il rispetto, l’uguaglianza dei diritti: così promuove la vita.

pag08-09-shutterstock 55159312-26Se vuoi essere felice vivi la vita in pienezza, non ucciderla. Non uccidere la tua vita, fisicamente, spiritualmente, moralmente, non attentare alla vita degli altri. Il Decalogo proibisce all’uomo di uccidere, sempre. La proibizione assoluta dell’uccisione è una grande novità nel panorama religioso dell’epoca: il Dio di Israele proibisce ciò che le altre divinità raccomandano! Purtroppo nella storia cristiana alcuni hanno posto delle eccezioni a questo comando che, invece, appare chiarissimo.

È peccato grave commettere un omicidio diretto e volontario o collaborare ad esso. Cioè volere la morte di una persona e adoperarsi perché questa avvenga. Diverso, ovviamente, è il caso di omicidio colposo, in cui non esiste la volontà esplicita dell’omicidio. È una colpa sempre grave legata non alla volontà ma all’inadempienza: posso provocare indirettamente la morte di una persona perché non ho vigilato correttamente.

È peccato grave l’aborto, sempre. La Chiesa difende con forza la vita di chi non è ancora nato, e proclama ad alta voce che ogni vita è mistero, anche se è ancora nel grembo materno. Un ovocita fecondato è già, in potenza un essere umano! Non si può stabilire per legge quando un embrione diventa persona, lo è fin dal suo concepimento. Perciò questa colpa è aggravata dalla scomunica: chi lo commette o collabora è tagliato fuori dalla comunità cristiana e, per essere riammesso, deve manifestare pentimento e ricevere il perdono direttamente dal Vescovo o da un suo delegato.

È un peccato contro la vita anche l’eutanasia, cioè porre fine ad una vita fragile e debole. È un tema molto delicato, che coinvolge la bioetica e le varie implicanze: pur nella complessità della situazione, la Chiesa difende la morte naturale ed esclude il porre fine alla vita in maniera artificiosa. Dio ci ha creati bene e una malattia grave ci conduce alla morte! Nel contempo, però, la Chiesa condanna l’accanimento terapeutico, il protrarsi delle cure su una vita che non ha possibilità di recupero.

È un peccato grave anche il suicidio. Bisogna intendersi, però: spesso il suicidio è frutto di una condizione di grave sofferenza psichica e non è in alcun modo disprezzo per la vita. Il messaggio incoraggiante del Vangelo è che ogni persona, anche se vive momenti tenebrosi, anche se pensa di avere fallito la propria vita, può arrivare a capire che la vita è degna di essere vissuta, in Dio. Siamo chiamati a coltivare il benessere fisico e mentale di ognuno di noi, evitando, per quanto possibile, condizioni che ci portino al fallimento e alla depressione.

Ma non si uccide solo fisicamente!

Possiamo “uccidere” con la lingua, infangando il buon nome di una persona o esprimendo giudizi avventati. A volte - ahimé! - sono proprio sé-dicenti cristiani che si sentono in dovere di giudicare gli altri senza accorgersi, così facendo, di commettere un peccato gravissimo!

È vero: si cammina verso la felicità se si ama la vita e la si difende, se la si vive nella gioia e nel servizio reciproco, se la si rispetta a partire dall’ambiente, dagli animali, fino alle persone. E se si difende la vita col rispetto e l’onore, senza esprimere giudizi avventati e inopportuni verso le persone…

Il tema dell’uccisione richiede un breve approfondimento sulla spinosa questione della guerra. La Chiesa, nella sua lunga riflessione teologica che ha attraversato i secoli, ha cercato di declinare il comando del Signore nelle situazioni in cui si è venuta a trovare. Dalle posizioni massimaliste del divieto assoluto, per i cristiani, di uccidere, anche se soldati, alle ambigue posizioni che hanno portato a giustificare avventure come le Crociate, il pensiero su questi temi ha subito una profonda evoluzione.

La guerra non è un evento improvviso ma la conseguenza di una serie di squilibri che portano gli uomini al confronto armato. Una società che vive distribuendo le risorse equamente, che tutela i beni delle persone, la libertà di espressione fra di esse, il rispetto dell’uguaglianza dei diritti e che pratica la giustizia pone tutte le basi per vivere nella pace e nella tolleranza.

Aggiungiamo che, dal punto di vista cristiano, la pace, dono del Risorto ai discepoli, è anzitutto un atteggiamento singolo, di ogni persona. Per un cristiano la scoperta di essere amato ed accolto, di essere inserito in un progetto di salvezza cui può attivamente collaborare, porta alla pace del cuore. Il cristiano è pacifista perché pacificato, perché vede nell’altro un fratello, non un avversario.

Per raggiungere la pace, la Bibbia propone un percorso originale: non c’è pace senza giustizia, afferma Isaia e, qualche anno fa, il beato Giovanni Paolo II aggiungeva: non c’è giustizia senza perdono. Sembra paradossale, eppure ci sono situazioni di ingiustizia irrisolvibili che possono essere superate solo attraverso un sofferto perdono.

Il discepolo, perdonato e pacificato, diventa, là dove vive, portatore di pace, dono di Dio. Gesù dichiara beato chi si adopera per la pace!

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