Essere o avere

Proprietà, furto, giustizia

I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano
(CCC 2402)

pag04-05 shutterstock 102596708Il furto è una pratica che, in ogni civiltà, è sempre stata sanzionata come un comportamento riprovevole e sbagliato. Perché? Certamente, alla luce del principio di proprietà e dell’esigenza di tutelare l’ordine pubblico, come si può già ricavare dal Codice di Hammurabi, la più antica raccolta di leggi (scritta quasi quattromila anni fa): “Qualora qualcuno derubi la proprietà di un tempio o della corte, sia messo a morte, e così chi riceva la refurtiva da lui sia messo a morte. […] Qualora qualcuno rubi bestiame o pecore, o un asino, o un maiale o una capra, qualora esso appartenga a un dio o alla corte, il ladro paghi trenta volte tanto; qualora appartengano a un uomo liberato dal re paghi egli il decuplo; qualora il ladro non abbia nulla con cui pagare, sia messo a morte”

Non c’è però solo questo in gioco. L’appropriazione di ciò che non spetta è denunciata anche come una forma di ingiustizia perché identifica la violazione di ciò che, essendo frutto del lavoro altrui, deve essere nella disponibilità di chi l’ha prodotto.

La proibizione del furto, da questo punto di vista, rientra fra le norme elementari della giustizia, ossia del dare a ciascuno il suo. Si tratta di un ragionamento lineare e coerente: se qualcuno produce qualcosa, è suo e ne dispone come vuole a patto, naturalmente, che non se ne sia appropriato a sua volta fraudolentemente o che ne faccia un uso improprio. Ma da dove parte il processo di trasformazione che siamo soliti denominare “lavoro” o comunque l’attività – produttiva o intellettuale, individuale o collettiva – rispetto a cui si vanta una proprietà? Da risorse e beni che l’essere umano trova disponibili prima di intraprende il proprio intervento. Prendiamo, ad esempio, il lavoro agricolo: la fertilità del suolo oppure la tempestività delle precipitazioni, che sono fattori essenziali per la riuscita del raccolto, non dipendono dal lavoro dell’uomo. Analoghe considerazioni si possono fare per la disponibilità di materie prime e di fonti di energia, di risorse naturali e di contesti climatici propizi… insomma di tutto quello che permette e favorisce il lavoro come origine della proprietà. In realtà, non è sempre vero che ciò che si possiede deriva dal proprio lavoro, può anche essere stato ereditato o ricevuto da altri, ma, se dovessimo ripercorrerne a ritroso il cammino, è lì che – prima o poi – giungeremmo.

Questo spiega perché la giustizia non tratti la proprietà come un valore assoluto. Infatti, in quanto discende da una disponibilità elargita gratuitamente, ha un profilo relativo che tecnicamente viene chiamato “destinazione universale dei beni”. Il ragionamento è questo: dal momento che l’attività produttiva, origine (prossima o remota) della proprietà, è a sua volta generata da una disponibilità originaria di beni, ciò che ne discende non può essere vantato come una proprietà assoluta, deve mettere in conto anche la fruizione comune perché è da una comune disponibilità che ha preso forma. La giustizia, per questa ragione, non si limita a tutelare il (sacrosanto) diritto di proprietà, ma lo inscrive all’interno di un orizzonte più ampio che riconosce anche una responsabilità sociale della medesima (legata, ad esempio, al suo utilizzo che non deve risultare dannoso per gli altri). Il comando di non rubare, quindi, riguarda anche questo ossia la concezione della proprietà, che non tratta in chiave ciecamente autoreferenziale il possesso affinché nessuno si trovi nella condizione di doversi appropriare di beni altrui per sopravvivere, naturalmente quando questo non sia conseguente a pigrizia o vizio.

Si spiega così perché in letteratura troviamo la figura del “ladro gentiluomo”, incarnata – ad esempio – da Robin Hood. Di chi si tratta? Di qualcuno che pratica il “furto” con lo scopo di ridistribuire i beni in quanto la loro accumulazione è conseguente a un’ingiustizia. Chi persegue il “ladro” è lo sceriffo di Nottingham, quindi l’autorità di pubblica sicurezza che però – in questo caso – è complice di un governo iniquo nei confronti dei cittadini. In proposito, il Catechismo della Chiesa Cattolica è chiaro: “Il settimo comandamento proibisce il furto, cioè l’usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario. Non c’è furto se il consenso può essere presunto, o se il rifiuto è contrario alla ragione e alla destinazione universale dei beni” (2408).

Che cosa possiamo concludere? Che il comandamento “Non rubare!” è fondamentale per la tenuta della società, ma va praticato all’interno di un più ampio ed alto richiamo alla giustizia. Infatti la proprietà va trattata come una condizione non assoluta ma relativa, in quanto dipende da una disponibilità di beni (a cominciare dalla vita) che non siamo noi a produrre. Da questo punto di vista, c’è un’uguaglianza di fondo tra tutti gli uomini, che identifica una inderogabile dimensione anche sociale della proprietà, oltre che personale: “i beni della creazione – si legge nel Catechismo – sono destinati a tutto il genere umano” (2402)

Sappiamo come talvolta abbiano preso piede anche letture improprie, come quella che ha sottolineato la fruizione sociale dei beni fino al punto di misconoscere che l’essere umano esprime una inconculcabile libertà personale. Il superamento di questa visione unilaterale non deve condurre nell’eccesso contrario di un’autorefenzialità che tratta egoisticamente i beni, che sono – nella loro essenza – dono di Dio. Dalla capacità di mantenersi in equilibrio, tra proprietà e giustizia, dipendono la pace e l’ordine sociali.

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Immagini del numero novembre-dicembre 2013: sotto licenza Creative Commons dell’utente flickr.com copertina: amiefedora, “Con Francesco - dallo scarto all’inclusione”: Samilla Luz; “Come Francesco - ladri di speranza” del pittore Umberto Gamba.