Corpo celeste

Tutto è lecito, ma non tutto giova

C’è, oggi, un’unico “comandamento” per quanto riguarda la sessualità: consumare

pag04-05 shutterstock 156182585-40La frase che costituisce il titolo di questo pezzo è tratta dalla prima Lettera ai Corinzi di Paolo e mi sembra adattarsi bene al tema che sono chiamato ad affrontare. Infatti, oggi (ma credo che – data la materia – non si tratti di una tendenza inedita) siamo portati, quando si prende in considerazione la sessualità, a rivendicare la massima libertà, perché si tratterebbe di qualcosa di “nostro”. In effetti, forse non c’è nulla che – più della sessualità – ci coinvolga direttamente e totalmente, nel senso che siamo sessuati dalla testa ai piedi: il nostro essere maschio o femmina – come gli studi hanno ampiamente esplorato – investe non solo la nostra sensibilità, ma anche il nostro pensiero, gli atteggiamenti che assumiamo di fronte alla vita, quello che ci interessa… in una parola: tutto ciò che siamo.

Come stupirci se lo riteniamo “nostro”, quindi se siamo inclini a voler fare di testa nostra, soprattutto a non dare ascolto a chi ci vorrebbe consigliare e – men che meno – a riconoscere alcuna autorità in merito a quello che si dovrebbe o non si dovrebbe fare?

Sennonché, anche a questo riguardo, come nel più ampio ambito dei comportamenti, bisogna tener conto di una distinzione antica, ma non superata: quella che Aristotele pone tra gli atti poietici e quelli pratici. Con la prima espressione, questo filosofo greco (che fu un acuto studioso del comportamento umano) intende le azioni che si traducono nella produzione di un oggetto, come – l’esempio ovviamente risente del suo tempo – il vaso che viene prodotto dal vasaio. Che cosa si verifica in questo genere di comportamento? Che si obiettiva in qualcosa che sta di fronte a colui che l’ha prodotto senza che questi ne risenta particolarmente. Certo, potrà essere più o meno soddisfatto del risultato, ne potrà ricavare maggiore o minore profitto a seconda dell’abilità che ha dimostrato nel modellare l’oggetto e dell’interesse che ha saputo suscitare in un acquirente: comunque non si tratta di conseguenze particolarmente rilevanti sulla sua esistenza e su come guarda al mondo e alla vita.

Le cose si pongono in maniera molto diversa quando si tratta dell’agire pratico. Con questa espressione Aristotele identifica l’azione che non si estrinseca in un oggetto perché riguarda l’agire umano in quanto tale. Cioè si configura come l’agire che, mentre si esprime in qualcosa, non comporta un oggetto come propria conseguenza, ma un cambiamento in colui che sta agendo. Faccio un esempio. Prendiamo l’azione pratica di mentire: che cosa comporta in colui che dice la bugia? Evidentemente non di trasformare qualcosa (come nel caso della creta che diventa vaso), ma di trasformare se stesso perché, mentre proferisce la menzogna, diventa più incline a mentire, cioè contrae il vizio di dire le bugie.

L’azione pratica è molto più importante di quella poietica anche se può risultare meno appariscente. Certamente, quando l’artigiano produce il vaso, il risultato della sua azione è ben visibile a tutti. Quando invece mente, la cosa forse non viene immediatamente percepita, ma è meno rilevante? Per nulla, anzi conta molto di più per il fatto che, trasformandolo in peggio, influisce su tutta la sua persona, non solamente sulla sua abilità nel produrre oggetti. Beninteso, l’azione pratica può essere anche buona, come dire la verità: in questo caso fa diventare migliori perché ha come conseguenza il costituirsi della virtù, cioè della disposizione ad agire bene.

Ma torniamo al nostro tema: la sessualità configura azioni pratiche oppure poietiche? Tutti riconosciamo immediatamente che non si tratta di un agire che metta capo a una cosa, ma di un agire che influisce sul “qualcuno” che stiamo diventando (eventualmente sul “qualcuno” che abbiamo generato). Non può essere diversamente proprio per quello che dicevo all’inizio: la sessualità ci coinvolge totalmente. Lo sanno bene coloro che sono reduci da qualche delusione affettiva: nella misura in cui l’intimità è stata più forte, la ferita risulta più profonda perché, quando con il corpo pratichiamo il massimo della comunicazione di cui siamo capaci (quella che passa attraverso la sessualità), alla nostra nudità fisica corrisponde la nostra intima consegna all’altro. 

Sappiamo come la sessualità ci coinvolga completamente, quindi come – in certi casi – può essere difficile frenare sentimenti, emozioni e pulsioni. Non dobbiamo però mai dimenticare che in gioco non c’è qualcosa da fare, ma chi noi stiamo diventando e facciamo diventare... in gioco c’è la dignità della persona, nostra e del partner. 

A questo punto forse è chiaro che ci meritiamo di più del puro e semplice uso di noi stessi e di qualcun altro: meritiamo di chiederci anzitutto, se quello che vorremmo fare oppure stiamo per compiere - prima che essere lecito o illecito - giova oppure no.

Credo che questa domanda sappia sempre trovare una risposta, ma occorre avere il coraggio di porsela evitando la narcosi indotta sulla coscienza dall’unico “comandamento” che oggi viene propagato a piene mani e non solamente per quanto riguarda la sessualità: consumare. Il problema è che, anche quando crediamo di usare qualcun altro, in realtà stiamo consumando noi stessi. Non possiamo far finta di niente perché vorrebbe dire che non ci importa nulla non solo degli altri, ma anche di noi.

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Immagini del numero settembre-ottobre 2013: copertina sotto licenza Creative Commons dell’utente flickr.com NASA's Marshall Space Flight Center; “Come Francesco - Neve e spine” del pittore Umberto Gamba; “Con Francesco - Francesco ad Assisi” Philip Chidell/Shutterstock.com