Soddisfatti

Il richiamo della “roba”

Il possedere non sazia la nostra fame di beni, ma continua ad incoraggiarla e a portarci a considerare gli altri come concorrenti.

pag04-Dollarphotoclub 55564323Esiste una celebre novella di Giovanni Verga che s’intitola “La roba”. Mi viene da citarla per due ragioni. La prima: descrive l’avidità di una persona che ha trascorso tutta la vita arricchendosi attraverso il suo duro lavoro. Si tratta infatti di un contadino che, lavorando sodo, è riuscito a strappare i beni al suo aristocratico padrone, inetto a causa di una vita trascorsa nella sazietà e nella decadenza. Mazzarò – così si chiama il fittavolo – non si procura le cose disonestamente, ma questo non basta a rendere le sue risorse un bene. Infatti, forse inizialmente no, ma sicuramente con il passare del tempo sì, quest’uomo non si procura le cose per vivere meglio, ma semplicemente per il desiderio di possedere. L’incongruenza di questa condizione diventa evidente quando Mazzarò giunge alla fine dei suoi giorni e, sapendo che la morte sta per sopraggiungere, decide di distruggere ciò che ha accumulato nel folle tentativo di portarsi tutto nella tomba. Accade così che il contadino finisca i suoi giorni “ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini” e gridando: «Roba mia, vientene con me!». 

Una scena paradossale, ma – come sempre – il paradosso fa riflettere anche perché – ed è la seconda ragione per cui mi rifaccio a questo scritto – Verga non era un credente. Quando visitai la sua casa a Catania, rimasi colpito dall’assenza di qualunque segno religioso: non dico un Vangelo o una Bibbia, ma nemmeno un crocifisso né un’immagine sacra. Mi spiegarono che era ateo, probabilmente massone. Mi pare quindi ancora più interessante che il comandamento “Non desiderare la roba d’altri”, trovi posto tra le convinzioni di un non credente, quasi sicuramente anticlericale – vuol dire che rimanda ad una saggezza comune a tutti perché sgorga dal fondo di ciò che ci rende esseri umani –. Perché?

Per rispondere a questa domanda mi rivolgo invece a un grande credente, che fu anche un grande educatore oltre che un grande prete: Romando Guardini. Quest’uomo, che si oppose fieramente al nazismo il quale gli tolse la cattedra universitaria, ma non la parola né gli annichilì il pensiero, appare nei suoi ricchissimi scritti intimamente libero. Chi legge le sue cose, si rende conto del fatto che non patisce la fretta di chi vuole essere efficiente a tutti i costi né si piega alla strumentalità di chi pensa solo all’efficacia: le sue parole, le sue riflessioni hanno non solamente una singolare chiarezza, ma anche una bella estetica, un modo di scrivere che bada alle risonanze interiori oltre che a ciò che si dice. In altre parole: a Guardini non importa il pensiero o l’azione come se fossero “roba”, cioè qualcosa di cui ci si appropria (ciò significa etimologicamente il vocabolo, nel quale – per questa ragione – risuona il verbo “rubare”). Gli interessano come veicoli di comunicazione, qualcosa che rimanda più all’“essere” che all’“avere” o al “fare”. 

Tra le sue riflessioni, una in particolare riguarda il tema che sto trattando. È un passaggio nel quale afferma che la roba “ci addomestica”. Com’è possibile? Può sembrare vero il contrario ossia che le cose ci servono, quindi che ne facciamo uso, siamo cioè noi a utilizzarle – non l’inverso –. Eppure il racconto del Verga da cui sono partito, lo mostra chiaramente: la roba rimanda al possesso, ma il possesso teme essenzialmente l’espropriazione, quindi introduce in una dinamica di incremento continuo, nel quale è difficile riconoscere la differenza tra legittima aspirazione a crescere e nociva avidità di accumulare. È come se il possedere, lungi dal saziare la nostra fame di beni, continuasse a incoraggiarla… facendo del desiderio una spirale autoreferenziale che guarda agli altri essenzialmente come a dei concorrenti. Ma alla fine di questa corsa che cosa c’é? “La roba” del Verga ce lo ricorda anche se lo sappiamo benissimo: sul piano fenomenico – cioè della realtà materiale – tutto ha termine. A quel punto la follia di Mazzarò è l’effetto di una follia precedente: quella dell’accumulo per il gusto di farlo che lo ha annegato nel suo egoismo, addirittura rendendolo incapace di guardare la morte per quello che è – il capolinea della vita materiale –.

La logica della fede è molto differente, non perché respinga i beni, ma perché li introduce in un ordine di precedenza ossia li ordina e li subordina alla vita spirituale, quella che oltrepassa anche la soglia della morte. Quanto sia diversa, lo comprendiamo se facciamo caso a questo: mentre l’accumulo dei beni materiali domanda che siano sottratti agli altri, l’accumulo di quelli spirituali porta l’esatto contrario – l’amore si accresce suddividendolo –. Se non vogliamo fare la fine di Mazzarò, dobbiamo ricordarci di quello che dice Guardini ossia che le cose addomesticano, cioè rendono servi coloro che le possiedono. Alla luce di questa considerazione, il Comandamento è garanzia di libertà.

Stampa