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Il paradosso dell’amore

Nell’Eucaristia, si mette in atto una logica non orientata a trattenere per non disperdere, bensì a offrire per crescere; a vivere il limite non in maniera passiva, ma come opportunità per testimoniare l’amore-“agape” di chi dona “ciò che ha” e paradossalmente incrementa “chi lui è”.

pag06-shutterstock_2109255Da tempo ci viene continuamente ripetuto che le risorse del pianeta sono limitate, quindi destinate inevitabilmente ad esaurirsi, se non si abbraccia uno stile di vita improntato al risparmio.

La stessa cosa ci viene detta – anche se in maniera meno esplicita – a proposito di come conduciamo le nostre esistenze nel quotidiano dove, essendo sempre più evidente che ci troviamo in una società competitiva, il messaggio è di agire in modo “economico”, cioè puntare dritti alla meta, eventualmente schiacciando tutto quello che si interpone tra noi e l’obiettivo. Ovviamente questo va fatto senza infrangere la legge e ripagando la fatica con l’accesso ai consumi – sul piano non solo dei beni ma anche degli affetti – che valgono come “risarcimento” dei ritmi di vita massacranti a cui ci sottoponiamo.

Sennonché facciamo i conti con un dato evidente: il peso crescente dell’esistenza. Lo mostrano i giovani alle prese con forme di disagio e devianza apparentemente ingiustificabili dal momento che generalmente non sono motivate da povertà oppure ignoranza, come accadeva nell’Ottocento, quando Victor Hugo diceva che aprire scuole equivale a chiudere carceri. Lo manifestano gli adulti sempre più esposti a problemi come ansia e depressione, che non possiamo certamente ricondurre alla durezza della vita, molto più forte un paio di generazioni fa, quando questi fenomeni erano praticamente sconosciuti.

Qualcosa non funziona, ma che cosa? È interessante notare che uno psichiatra laico – Luigi Zoia – denuncia (nell’omonimo volume pubblicato da Einaudi nel 2009) la “morte del prossimo” come conseguente alla “morte di Dio”. Com’è possibile? Evidentemente, in questa considerazione, c’è qualcosa di insolito (chi l’ha fatta non è credente), che merita una breve esplorazione. Anzitutto, si tratta di partire dalla constatazione dei problemi precedentemente evocati (e di altri) la cui presenza contraddice la convinzione, alimentata dal nichilismo degli ultimi due secoli, secondo cui l’emancipazione dal cristianesimo avrebbe spianato la strada a una vita finalmente libera e felice. Che cosa è accaduto invece? Che qualcosa di essenziale è venuto meno: il riconoscimento di essere amati non come si è, ma perché si esiste.

Nella prospettiva cristiana, infatti, Dio ama tutti e sempre, ma non perché ci vuole lasciare tranquillamente come siamo, bensì perché vuole spronarci a diventare migliori, cioè a convertirci. Il riconoscimento dell’amore di Dio come fondamento incancellabile dell’esistenza costituiva – anche solo sul piano psicologico: ecco spiegato l’interesse dello psichiatra laico – una base solida su cui fondare un’identità capace di affrontare le inevitabili asperità della vita. Chiaramente questo non basta al credente, il quale ritiene che la fede non vada strumentalizzata, ma può rappresentare il punto di partenza per procedere ad una esplorazione finalizzata a rendere riconoscibile l’esistenza di fatto – e non solamente come ipotesi funzionale – di Dio e del suo amore alla radice della vita umana.

Perché questo riconoscimento è essenziale? Perché risponde alla domanda fondamentale dell’essere umano, quella che Agostino esplicita dei suoi 16 anni, ma che non conosce tramonto: “Non c’era altro allora che mi piacesse di più – scrive nelle sue Confessioni (II, 2) – che amare ed essere amato”. Che cosa ci attira indefettibilmente nell’amore, spingendoci a non rinunciarvi nemmeno quando comporta fatica e sofferenza? Il richiamo dell’unica cosa al mondo che si moltiplica quando viene divisa. Lo dicevano efficacemente gli antichi: il bene – cioè l’amore – è “diffusivo”, cioè si espande quando viene condiviso. Permette un’esperienza paradossale: cresce quando viene donato, diminuisce quando è trattenuto.

Forse le difficoltà – di giovani e adulti – che prima ho sommariamente evocato, dipendono dall’avarizia indotta dal continuo richiamo a una vita dove il “risparmio” (concetto che può avere anche una valenza positiva) viene vissuto in modo improprio cioè come una forma d’opportunismo che deve essere compensata dal consumo. Anche il consumo può andare bene, se corrisponde alla soddisfazione di bisogni essenziali. Quando, però, è presentato come l’agire di un roditore che usa cose e persone per compensare le sue frustrazioni, allora quello che avviene è che – in realtà – ci si consuma, cioè si corrode e si erode la base d’umanità su cui dovrebbe edificarsi la libertà come capacità d’amare gratuitamente.

Si tratta della logica esattamente contraria rispetto a quella che ho ricordato in apertura. Mentre quella disposizione d’animo conduce a trattenere per non disperdere, questa orienta a offrire per crescere; là ci si trova a subire il limite, qui lo si riconosce come l’opportunità per testimoniare l’amore-“agape” di chi dona “ciò che ha” e paradossalmente incrementa “chi lui è”. La domanda d’amore non trova risposta nelle cose. L’“io” cerca il “tu”, non l’“esso”, come ha ben sottolineato – facendo i conti con il crescente richiamo della tecnica e del consumo – il filosofo Martin Buber (1878-1965). La nostra libertà non si specchia nell’uso, ma in ciò che, oltrepassando l’uso, testimonia che la libertà sovrasta il bisogno: si tratta della capacità oblativa che trascende la funzionalità. Donare, a questo punto, diventa la meta paradossale di chi – com’è logico per ogni essere umano – desidera affermare se stesso. L’Eucaristia – su un piano puramente umano – ci ricorda questo. È un paradosso, com’è paradossale che un gesto quotidiano – il sedersi a mensa – sia diventato sacramento. Non ci sarà in questo il richiamo a qualcosa di elementare, ma non banale?

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