Bella storia!

Che fine hanno fatto le buone notizie?

Di fronte a fatti tragici nutriamo la speranza che trovino una risposta in atti di aiuto, di generosità, di solidarietà…

06-07-shutterstock_61943911La nostalgia per ciò che è buono ci rende ipersensibili verso la manifestazione del contrario.

Giornali e televisione danno risalto a notizie poco rassicuranti quando non molto preoccupanti. Noi stessi ci scopriamo attratti dai fatti di cronaca o di costume più cupi. Che fine hanno fatto le buone notizie? C’è ancora spazio per il bene oppure tutto è surclassato da ciò che morbosamente alimenta lo sconforto e la rassegnazione?

Vorrei anzitutto esorcizzare l’idea – piuttosto diffusa – che la nostra sia una civiltà sull’orlo del baratro. Non è solo di oggi la disposizione a indugiare sulle cose che vanno male e sugli avvenimenti oscillanti fra il trash e il tragico. La letteratura è piena di lamentazioni e c’è addirittura un genere letterario dedicato – da venti secoli – alla registrazione e alla caricatura dei vizi umani. Si tratta della “satira”, il cui oggetto Orazio riconduce a una sorta di insoddisfazione cronica: “Perché nessuno vive – si domanda all’inizio della sua opera – contento della sorte che gli ha dato la ragione o che il caso gli ha gettato davanti e loda quelli che percorrono altre strade e diverse?” (Satire, in Tutte le opere, Milano, Fabbri, 1993, p. 249).

Ma non si tratta solo di un atteggiamento psicologico, c’è qualcosa di vero. In effetti, l’inquietudine di cui parla Orazio, trae spunto anche dalla frequenza con cui – oggi come sempre – il male fa la sua comparsa. Nemmeno al tempo di Gesù (di poco posteriore al poeta romano) il contesto socio-politico era rassicurante. Limitandosi al solo Occidente, durante la sua vita ci furono insurrezioni in Sardegna Pannonia, Dalmazia, Numidia, Siria, Illiria e lui stesso si trovò coinvolto nel contenzioso tra Giudei e Romani… che soffocarono sempre tutto nel sangue. Nell’anno 9 dC, però, toccò a loro subire un tragico rovescio: 3 legioni (più di 15.000 uomini) vennero sterminate dai Germani che, quattro anni dopo, vennero puniti duramente da una spedizione guidata dal nipote dell’imperatore Augusto. Anche allora – esattamente come oggi – non mancavano le tragedie civili: nel 17 dC un terremoto devastò la Turchia radendo al suolo la città di Sardi; dieci anni dopo, il crollo dello stadio della città di Fidene (vicino a Roma) costò la vita a oltre 20.000 persone. Eppure, questo non impedì a Cristo di proclamare la “buona notizia”.

C’è qualcosa che può incoraggiare anche noi a non rassegnarci?

Il male – si diceva – “fa notizia”, ma questo può significare anche qualcosa di buono. Infatti, l’oscura attrazione verso calamità e sciagure (ben più insistente di quanto oggettivamente giustifichino le cronache) sembra esprimere la sorpresa che destano in noi, come dimostra l’attesa del bene a margine del fatto sconvolgente. Si verifica un cataclisma, ci aspettiamo di osservare gente che presta soccorso e trova sopravvissuti; prestiamo attenzione all’ennesima storia di disagio rilanciata dai media, desideriamo che qualcuno si faccia avanti… in questi fatti riconosciamo un’anomalia perché l’esistenza – nel suo scorrere ordinario – la riconduciamo istintivamente ad una manifestazione del bene: per questa ragione all’attrazione che subiamo corrisponde l’aspettativa di qualcosa di positivo. La nostra segreta attesa – a margine di fatti tragici – è che prendano forma visibile l’aiuto, la generosità, la solidarietà… sotto sotto, sono la predilezione e la nostalgia per ciò che è buono a renderci ipersensibili verso la manifestazione del contrario. Si tratta di un paradosso che – come sempre accade – fa intravedere una verità profonda, rispetto alla quale non bisogna farsi fuorviare dalle apparenze.

C’è ancora posto per le buone notizie? Se è vero ciò che osservavo prima, in realtà c’è sempre e solo posto per esse. Infatti, il nostro intimo cerca e desidera il bene come – tra i teologi cristiani – ha messo in evidenza soprattutto Tommaso d’Aquino riconoscendo nel “desiderio naturale di vedere Dio” la segreta aspirazione della creatura umana. Cristo, nel mondo del suo tempo, sconvolto come oggi da fatti d’ogni tipo, ha offerto la “buona notizia” dell’amore indefettibile di Dio che strappa la sua creatura alla morte. Si tratta di un annuncio che non perde smalto perché reca in dote la vita eterna. Ancora oggi, siamo in cerca della “buona notizia”. Come allora, occorre non farsi sviare da quello che “fa notizia”, saper riconoscere il desiderio del bene che intimamente ci abita e decidersi per trasformarlo in azioni buone capaci di mostrare la tragica residualità del male.

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Fotografie sotto licenze Creative Commons degli autori con i seguenti nomi o pseudonimi registrati su www.flickr.com: john_lustig, Hygiene Matters. Immagine di pag. 5 di Umberto Gamba.