Ci salvi chi può

L’incancellabile richiamo del dono

Nella nostra vita, che pur gustiamo come dono gratuito, siamo alla continua ricerca di un dono che non si consuma: la Redenzione è proprio questo e risponde al desiderio radicato e incancellabile in ogni uomo. 

pag-06-07---shutterstock_63946879Negli ultimi decenni la festa del Natale è diventata sempre più anche un evento commerciale e si è venuta diffondendo una pratica che era estranea alla nostra tradizione: quella dei regali “sotto l’albero”. Anche la Pasqua, che da tempo comportava la consuetudine delle uova di cioccolato per i bambini, ha registrato ultimamente un incremento della pratica dei regali, estesa agli adulti. Per loro le uova sono spesso confezionate artigianalmente dai pasticcieri che ci infilano quello che si vuole regalare, la cui entità varia a seconda delle disponibilità economiche di chi commissiona l’uovo: stando a quel che si sente dire, si va dal comune gingillo al gioiello prezioso o all’oggetto ricercato. Si tratta di comportamenti che, senza entrare nel merito delle motivazioni che possono essere le più diverse, obiettivamente influiscono in modo discutibile sullo spirito di queste feste, facendole piegare in una direzione consumistica che è eccentrica rispetto alla loro originaria fisionomia. Eppure, questa valutazione – pur legittima e giustificata – non esaurisce quello che c’è in gioco almeno per due ragioni.

La prima. Il significato della festa, ciò che la rende diversa dal giorno feriale, è sempre consistito nel fatto che costituisce un momento in cui le occupazioni produttive sono sospese. Come tutti sappiamo, a ciò corrisponde il riposo festivo per quanto concerne la pratica del lavoro, ma non c’è solo questo. La festa non è solamente il giorno nel quale il lavoro viene sospeso (forse oggi è meglio dire “dovrebbe venire sospeso”, data la frequenza con cui gli esercizi commerciali sono aperti anche la domenica e, più in generale, nei giorni festivi), ma anche quello in cui viene consumato il frutto del lavoro umano. Pensiamo alla parabola evangelica del “Padre misericordioso” che, accogliendo il figlio tornato da lui, ne fa subito un motivo di festa e macella il vitello che era stato ingrassato dai suoi salariati, occupati ad accudire il bestiame. In questo senso, una dimensione di consumo ha sempre accompagnato le feste, nelle quali – anche in momenti dove la povertà era diffusa – si curava la cucina e si esprimeva con segni esteriori (come l’abito indossato) la singolarità della circostanza. 

Va, ovviamente, rilevata la sproporzione tra la prassi tradizionale (comunque contenuta) e quella che tende oggi a subentrare, dove frequentemente il festeggiamento sconfina nello spreco: il problema, quindi, è di tenere una misura equilibrata facendo sì che il consumo finalizzato a fare festa non degeneri nel consumismo fine a se stesso. 

Ma c’è una cosa che vorrei sottolineare e che costituisce la seconda osservazione. Pur all’interno di una cornice che tende a deformarsi sotto la pressione consumistica, qualcosa desta una certa sorpresa: i doni, siano essi “sotto l’albero” oppure nell’uovo pasquale di produzione industriale o artigianale, solitamente vengono conservati fino a quando arriva la ricorrenza. Perché non sono consumati quando li si riceve? Perché si preferisce rimandare al giorno di festa quello che potrebbe essere compiuto senza indugio? Forse cogliamo qui un richiamo profondo, talmente radicato da resistere anche a quello del “tutto e subito” che la società consumistica diffonde a ogni livello. Di cosa si tratta?

È il richiamo del dono, forte nell’essere umano. Consiste non soltanto nel fatto che si riceve qualcosa, ma anzitutto che lo si riceve gratuitamente. Il dono, quando è autentico e non motivato da secondi fini, è un atto di libertà, tant’è vero che viene apprezzato non necessariamente per il suo valore commerciale ma in quanto – corrispondendo alle attese del destinatario – conferma l’intesa reciproca tra lui e chi glielo fa. C’è, poi, la dimensione del ricevere. In questo gesto si riflette la nostra stessa condizione originaria: la vita, infatti, ci è stata data, nessuno può darsela da sé. Anche questo sta alla radice del richiamo che il dono esercita sulla persona.

Ma tutto ciò che non dipende da noi, domanda un’attesa. Certamente, ci può essere da aspettare anche per quello che ci riguarda, però – se viene da altri – l’attesa è garantita per il fatto stesso che non si tratta di qualcosa che sia nella nostra immediata disponibilità. Questa condizione a volte ci pesa, ma non è detto che sia un peso, perché l’essere umano vive di relazione, quindi la dipendenza da altri – quando esprime amore – ci conforta piuttosto che pesarci. Nella struttura della festa, in quanto evento comunitario (di solito non si festeggia da soli!), c’è anche l’attesa correlata al fatto che celebriamo qualcosa di condiviso. Forse è questa la ragione, per cui i doni vengono custoditi, a volte anche gelosamente: si attende pregustandoli e questo li fa gustare di più.

Un grande poeta – Giacomo Leopardi – ha descritto nella poesia “Il sabato del villaggio” la magia dell’attesa che precede la festa, interpretando la giovinezza come questo momento di fervore nei preparativi di ciò che verrà. La sua composizione è però molto amara perché interpreta la condizione adulta come il “dì festivo” prossimo a concludersi con la morte. Il credente non guarda alla vita con questo velo di tristezza perché sa che la festa che lo attende non avrà fine.

Se, pur sotto la pressione della società dei consumi, siamo ancora capaci di trattenerci dallo sciogliere i doni anzitempo, vuol dire che in noi – in tutti gli esseri umani – c’è una radicata esigenza di attendere che giunga la festa a ricordarci che valiamo più delle cose che facciamo e, per questo, meritiamo il riposo festivo. La pratica del dono ci aiuta a non dimenticare questo e risponde a una strutturale “esigenza di ricevere” nella quale si riflette il dono della vita. Questa stessa vita, che gusta nel dono la sua gratuità, è in cerca di un dono che non si consuma: la Redenzione corrisponde a questo e trova nell’essere umano – oggi, come ieri, come sempre – un radicato e incancellabile desiderio.

Stampa

Fotografie immagine di pagina 5 del pittore Umberto Gamba; sotto licenze Creative Commons degli autori con i seguenti nomi o pseudonimi registrati su flickr.com: Stefano (etino);